"La grande notte disordinata e tiepida che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
sabato, 23 giugno 2007
IX

Note crepuscolari

"Nel buio e nella risacca più non m'immergo, resisto
ben vivo vicino alla proda, mi basto come mai prima
m'era accaduto"

Eugenio Montale

Da questa spiaggia e dal suo inaugurare le nebbie dorate del crepuscolo
le cose di questo mondo sembrano disporsi miracolasamente in cerchio.
Il frastuono dell'onda smuove la sabbia dal fondo
depositando sulla battigia la memoria delle tracine
laddove la brezza intermittente si volge alle spalle del pescatore a muovere gli arbusti
che si arrendono docilmente al calpestìo di ragazzi ubriachi.
Poco più in là un bambino getta un sasso nel fiume
e spera un giorno di ritrovarlo nel mare;
questo forse gli suggerisce che ci sia una linea di fuga
e che egli stesso non sia altro che un punto di essa.

NOTA DELL'AUTORE: La presente poesia fa parte della raccolta Discanti notturni, pubblicata dal sottoscritto con Lulu. Per chi avesse la bontà e la pazienza, o semplicemente fosse solo un po' curioso, la raccolta è disponibile qui (c'è anche il download, ma prima di poter acquistare il libro o scaricare il file è necessario registrarsi al sito di lulu, operazione che comunque non è molto difficile ed è assolutamente gratuita e non vincolante ad alcunché): www.lulu.com/content/864684
Scritto da: 5555555555 alle ore 17:16 | link | commenti (8) | categoria: poesia, discanti notturni
domenica, 17 giugno 2007
VIII

Un giorno di festa


La domenica suona come le campane
a festa sotto i ciglioni della piazza:
c'è una breve escrescenza arborea
sotto i piccioni che scuotono le nuvole
quando la signora Anna s'arrampica alla sua collana
e mette una perla fra i denti.

Sul marciapiede che limita la rotonda al bivio
Giovanni porta la destra alla gola
e rimbalza il colpo sul pollice.
Così la sua voce si raccoglie
dietro il sole d'inverno.
Scritto da: 5555555555 alle ore 17:28 | link | commenti (8) | categoria: poesia
mercoledì, 13 giugno 2007
VII

    Dell'assottigliamento

    Sono profondamente d'accordo con Italo Calvino (1). Credo che oggi si scriva così perché la fisica e l'informatica hanno penetrato la nostra esistenza: frammenti invisibili, bytes, atomi spezzati, particelle elementari. Tutto è ormai troppo piccolo perché lo si possa percepire con certezza. Il tempo comincia a correre più veloce e chi ci vive dentro - così come chi vive dentro lo spazio - non può scendere improvvisamente dalla giostra e smetterla col tirare i calci in culo. Chi scende a metà del giro puzza, questo è ovvio. Come è ovvio che questa sottrazione indebita di tempo - e di spazio - ha finito per produrre qualcosa di eccezionale in campo letterario: la scomparsa del pubblico e, soprattutto, quella dello scrittore di professione.

    Siamo abituati, dalla società in cui viviamo, dai saperi che essa ha prodotto soprattutto nel corso della sua storia recente, a pensare che dobbiamo fare il più in fretta possibile. "Devi laurearti presto", "Trova presto un lavoro", "Sbrigati computer di merda che voglio andare a letto", "Muoviti a darmi il culo che se no ne trovo un'altra". Vedete, espressioni come queste sono piuttosto significative. Se dovete impiegare il vostro tempo per laurearvi presto, dove lo troverete il tempo per poter leggere? E se dovete trovare lavoro, quando potrete fermarvi a spulciare qualche pagina? Se non sapete aspettare che uno stupido computer si spenga, come farete a starvene comodi in poltrona con la vostra storia tra le mani? Se non siete in grado di pazientare un paio di mesi prima che una vi dia il culo, come potreste perdere tempo dietro a un libro? Insomma, nessuno ha tempo perché quel poco che abbiamo ci serve per fare altro. Come volete che uno abbia ancora un pensiero da dedicare alla lettura?
    La scomparsa del pubblico dall'orizzonte letterario, pubblico che ormai è gente che nella migliore ipotesi considera l'arte come uno svago o un lusso, ha finito per influire profondamente anche sul modo di scrivere. Se andate in libreria e aprite qualche romanzo (ma vi prego non Baricco o Moccia) recente, troverete tra loro una certa affinità. Questa affinità non sta certo nel tema, ma nel ritmo della narrazione. Troverete tutto stranamente veloce, tutto sfuggente (2). Le parole vi guizzeranno innanzi come sguscianti anguille e vi salteranno negli occhi, sbarrandoli. Il fatto è che però, in realtà, lo scrittore non esiste più, viene risucchiato dalla sua stessa prosa e voi non ce lo trovate dentro quello che fa. Quindi non è lui che alleva le anguille che vi stanno mangiando l'intestino. Questo perché per allevare pesci ci vuole pazienza, e lui non ha più tempo per avere pazienza. In fondo, se il giullare non ha più una corte per la quale esibirsi, può ancora essere definito un giullare?

    Vi chiedo scusa se la mia digressione è andata avanti più del previsto, ma volevo solo illustrarvi, per quelle che erano le mie possibilità, le ragioni per cui la letteratura è esplosa e la sua fruizione è andata in frantumi (3). Vorrei ora, invece, farvi un esempio in proposito: Bret Easton Ellis e il suo ottimo Le regole dell'attrazione.

    Il romanzo in questione è apparso nel lontano 1987, quando l'autore aveva circa ventitre anni ed aveva già scritto Meno di zero. Oggetto-soggetto dell'opera sono le vicende che ruotano attorno ad un gruppo di studenti dell'università di Camden, nel New Hampshire.
    Ellis dice di cominciare dall'autunno del 1985 e comincia in minuscolo. Questo, innanzitutto, perché quando si inizia a scrivere non si sa bene mai da cosa partire: si comincia e basta. Se provate a chiedere agli scrittori da dove comincino le loro storie, da dove traggano la loro ispirazione, vi risponderanno che non lo sanno, o tutt'al più vi indicheranno una situazione che grossomodo non avrà niente a che fare con quello che poi effettivamente andranno a sviluppare. E questa è la prima cosa che voglio sottolineare: la lettera minuscola.
   
    Il libro ha più di una voce e forse è più di un romanzo. Sean Bateman, fratello di un altro e famoso Bateman targato Ellis (l'agente di borsa di American Psycho), è uno piuttosto svelto, uno spacciatore di contrabbando ed uno che soprattutto ha la moto: questo lo rende differente da tutti gli altri. Paul Denton è il frocio, quello a cui piace essere scopato nel culo e presumibilmente anche in bocca, quello che si masturba sotto il cuscino mentre Sean beve una birra, quello che alla fine parla con Lauren. Lauren Hynde vorrebbe fare l'amore con Victor la prima volta ma poi ubriaca si fa scopare da uno studente di cinema o teatro - questo non è che lei lo ricordi bene - mentre un fusto di birra rotola sul pavimento e la conduce fuori da quella maledetta stanza. Victor è in giro a calarsi l'Europa o forse a scoparsi New York. Poi c'è qualcun altro ma appare troppo poco perché lo si possa nominare.

  Questi personaggi (Sean, Lauren, Paul, Victor) fanno parte dello stesso intreccio, ma raccontano storie diverse: la narrazione è infatti polifonica, modulata sulla voce di ciascun personaggio secondo una dinamica che ogni volta rovescia un evento nel suo contrario. Quando Sean e Lauren sono in camera e lui le dedica una canzone alla chitarra, lei piange dalla commozione; quando invece sono Lauren e Sean ad essere in camera, lei piange perché Victor è in Europa a menare l'uccello nel culo di qualche inglesina. Potrei citarvi anche altro, ma non importa. Ciò che conta, ciò che va notato, riguarda l'impianto formale che sta dietro a questi episodi.
    Cosa vuole fare Ellis? E come lo fa?
   Uno scopo ed il modo in cui lo si raggiunge sono la stessa cosa, e per questo motivo la risposta che vi darò sarà unica. Ellis vuole costruire una macchina fabbrica-vicende per prevedere il clinamen della sua storia, di ogni storia che mette sulla pagina. Questa macchina deve avere la portentosa capacità di allungarsi su ogni parola, di proiettarla in un campo d'azione limitato, deve essere pronta a ribartarla nel suo contrario e a fare del suo significato un fantasma. Dunque macchina ribaltante fabbrica-ectoplasmi. Macchina che agisce sui personaggi scarnificandoli, come una pialla che ne assottiglia lo spessore e ne livella le relazioni. Sean, Paul, Lauren e tutti quelli che compaiono nella/e storia/e allora, ed è facile intuirlo, si consumano ineluttabilmente: sniffano e il loro naso sanguina, bevono fino a traboccare di ogni schifezza alcolica, scopano tanto che i loro orifizi diventano logori e laschi. Scoprono la fine dopo essersi bruciati, il vuoto dietro la loro benestante generazione di ricchi e giovani universitari americani mangiasoldi di papà (4).
    Ed è qui che il congegno dell'autore americano raggiunge il suo scopo: le vicende si sfiorano, creano dei nodi, sempre pronti a sciogliersi, tranne uno: "Nessuno conosce nessuno. Possiamo solo avere a che fare l'uno con l'altro" (5). E sembrerebbe questo il bandolo della matassa. Ma a pensarci bene questo non è un epilogo e nemmeno una morale: se nessuno conosce nessuno, chi dirà a chi cosa? Chi potrà ricostruire la storia della materia?
    Si potrebbe solo avanzare qualche ipotesi circa la non contraddittorietà dei fatti. Ma chi di voi è ancora disposto a giurare che quello che vede o che si sente raccontare è vero?

    Perciò, riassumendo, le cose che avevo da dirvi erano queste:

    1. la scomparsa del pubblico e dello scrittore professionista;
    2. la lettera minuscola;
    3. la polifonia;
    4. la macchina ribaltante fabbrica-ectoplasmi;
    5. la perdita di senso.

NOTE


(1) Cfr. I.CALVINO, Lezioni americane.
(2) Perdonatemi se qui tralascio un enorme caso che va in senso contrario: Umberto Eco. Se possibile, ci ritornerò sopra un'altra volta.
(3) Con un'ardita metafora, direi che si scrive ormai solo a pezzi e si legge a cocci.
(4) E questa storia non può certo suonare nuova. A ben vedere si tratta di un punto nodale di una nota parabola: la parabola dela letteratura americana, o almeno di quella grande tradizione che si riconosce nei nomi di Fitzgerald, di Hemingway, di Kerouac. Vi trovano posto tutti coloro che hanno conosciuto la fama e la bella vita e che poi sono diventati fragili come un piatto crepato (F.SCOTT FITZGERALD, Scritti dell'età del jazz), o come coloro che soffiano in un anello sperando di trovare resistenza.
(5) B.E.ELLIS, Le regole dell'attrazione.

Scritto da: 5555555555 alle ore 03:44 | link | commenti (29) | categoria: appunti, letteratura, saggi, prosa, critica, quaderno
giovedì, 07 giugno 2007
VI

Notturno n. 7

Segreta è l'idea che la luna
ha dei suoi capelli, come se
potessi raccogliere le stelle in una sola stretta.

Deve esserci una ragione se la notte non mi abbandona
e pare che l'alba la stia fischiando.
Scritto da: 5555555555 alle ore 00:51 | link | commenti (21) | categoria: poesia
domenica, 03 giugno 2007
V

(La fine del mondo - primo foglio)

Per la verità quando torno in questa stanza sono sempre ubriaco. Forse però stasera lo sono un po' di più. E sono due notti che non dormo (perché dormire di giorno non è dormire).
Prima di mettermi a letto mi faccio una sega davanti al computer. Arrivo e nel bicchiere si fa ombra. Ci guardo dentro e Laura mi fissa e ride perché mi sono masturbato su di lei. Quasi l'annuso.
Poi vado in bagno per pisciare gli ultimi residui di sperma e vedo l'alba cerchiare i suoi umori attorno ai miei occhi.
Scritto da: 5555555555 alle ore 16:36 | link | commenti (12) | categoria: racconti, prosa
Chi Sono
Blogger: 5555555555
"Era la mia integrità che mi importava. È così egoistico? è a buon mercato, però è tutto ciò che ci resta. È l'ultimo centimetro di noi che ci resta... ma in quel centimetro siamo liberi. Morirò qui. Ogni centimetro di me perirà... tranne uno. Un centimetro. È piccolo, è fragile ed è l'unica cosa al mondo che vale la pena d'avere. Non dobbiamo perderlo, o venderlo, o cederlo. Non dobbiamo permettere loro di portarcelo via" (Valerie)

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