
Pieghe d'agosto
Era l'estate più calda che la città ricordasse e noi stavamo sperimentando cosa volesse dire Londra. Ci eravamo appena diplomati e credevamo ancora che la vita fosse una questione di stile: ogni tanto aggiungere un colore qua e là per vincere la resistenza dello spazio e del tempo.
- Cazzo, dodici sterline per arrivare a Victoria. Cominciamo bene - dice, portandosi la mano alla gola.
C'è altra gente che passa con noi e mi chiedo a che gioco stiano giocando il ragazzo con i jeans strappati e la ragazza con la maglietta viola. Dovremmo andare, ma decidiamo lo stesso di fermarci prima di prendere l'accelerato da Gatwick. Ignoro le riviste con tutte quelle donne e tutte quelle tette e mi concentro su qualche libro.
I momenti più difficili li vivevamo di notte, quando il caldo a letto diventava insopportabile e ci svegliavamo di continuo, fradici, in preda a strane allucinazioni. Una volta abbiamo visto una scopa e non sapevo che fosse sua. Bevemmo molto. Ed era forse per cercare di restare giovani un po' più in fretta.
- Che ore sono? - chiedo a Andrea, e mi sembra di essermi appena svegliato.
- Sono le quattro e mezza - risponde lui. Il sole batte sulle case e illumina i fili d'erba dei piccoli giardini, avvolgendoli in uno splendido abbraccio. Metto gli occhiali scuri perché la luce mi dà un certo fastidio. Il turco è veramente a due passi. Io prendo salsicce, bacon, uova, patatine fritte e un succo d'arancia. Fingo di leggere il Sun, invece guardo le macchine e gli autobus passare. Noto una certa diffusione del grigio.
- Merda - fa Attilio. Si è sporcato i pantaloni e deve essere a lavoro fra un paio d'ore. – Ma voi che programmi avete per la serata?
- Io vorrei sbattermi una di queste madreperle con le lentiggini - dice Andrea, adocchiando una ragazza che attraversa la strada. - Se però hai qualcosa di più interessante da offrirmi...
- Dovrebbe esserci una festa a Covent Garden, alle undici - Attilio.
- Che tipo di festa? - chiedo io.
- Una festa. Musica, alcol, e se sei capace sesso facile - ridendo, Attilio.
- Ok, ci stiamo - Andrea risponde per tutti e due.
Non dormivamo granché e io avevo due occhi da animale notturno: cerchiati, con uno strano faro nel mezzo. Ma lui no, lui aveva la faccia pulita di un ragazzino e ciò provocava in me una certa curiosità, forse persino una certa invidia, ma non al punto da credere che ciò fosse importante.
Andiamo in albergo direttamente da Covent Garden. Durante il ritorno per un po' ci penso, ma cerco subito di distogliere l'attenzione da quei pensieri. L'illuminazione è troppo fitta. Ci si attacca addosso con l'afa.
- A questa città hanno dimenticato di farci il cielo. Di giorno è quasi sempre grigio e la notte non si vedono le stelle – faccio io, tra il triste e il serio.
- Ma se questa settimana c'è sempre stato il sole... - Andrea.
Ero perennemente ubriaco e avevo sempre mal di testa ma a Trafalgar ci avevano fatto una fontana. La National Gallery? Vedemmo tanti Van Gogh, che poi in ogni suo quadro c'è un pezzo del suo orecchio e lo senti bisbigliare un'allegria giapponese dietro i cipressi. E Caravaggio, che era come un teatro in un quadro o viceversa.
Ci fermiamo proprio davanti Burger King. Ci osserviamo l'un l'altro.
- Ti sei scopato Patricia? - io.
- Ieri. E l'altro ieri. E due giorni fa - lui.
NOTA DELL'AUTORE: Di ritorno da un viaggio, ho rispolverato qualche vecchio ricordo e un racconto che si è scritto in una sera di qualche settimana fa.
In fede,
V.
