"La grande notte disordinata e tiepida che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
lunedì, 27 agosto 2007
XVI

L'orizzonte del pomeriggio

L'orizzonte del pomeriggio

Il giorno - un pomeriggio lontano -
sparge i rami degli alberi
di cristalli precisi.
Dalla finestra sorprendo il tema della terra
scrivere il suo inesauribile finale
nelle foglie che cedono all'ottobre
la loro verde corona.
Nella stanza resta una catasta
di libri in disarmo
e forse un po' di cenere
sul pavimento.


Scritto da: 5555555555 alle ore 17:10 | link | commenti (14) | categoria: poesia, disegni
giovedì, 23 agosto 2007
XV

Pieghe d'agosto


    Era l'estate più calda che la città ricordasse e noi stavamo sperimentando cosa volesse dire Londra. Ci eravamo appena diplomati e credevamo ancora che la vita fosse una questione di stile: ogni tanto aggiungere un colore qua e là per vincere la resistenza dello spazio e del tempo.

   - Cazzo, dodici sterline per arrivare a Victoria. Cominciamo bene - dice, portandosi la mano alla gola.
C'è altra gente che passa con noi e mi chiedo a che gioco stiano giocando il ragazzo con i jeans strappati e la ragazza con la maglietta viola. Dovremmo andare, ma decidiamo lo stesso di fermarci prima di prendere l'accelerato da Gatwick. Ignoro le riviste con tutte quelle donne e tutte quelle tette e mi concentro su qualche libro.

     - Sei un caso disperato - mi fa, quasi sconfortato.
    Poi andiamo. Il treno fa lo stesso rumore che dalle nostre parti. Seduto accanto a noi deve esserci un musicista. Credo che suoni la tromba. Ansima. Parla al cellulare, bofonchia parole sconosciute e ha i capelli bianchi e le mani leggermente irsute. Scende prima di noi.
    - A che ora è l'appuntamento? - interrompo la sua contemplazione del paesaggio.

    - Che? – lui, ad alta voce.

    - A che ora è l'appuntamento con Attilio?
    - A mezzanotte - dice serio

    Alloggiavamo al Regent Palace, un due stelle vicino al sottopassaggio della metro di Piccadilly. Tariffe convenienti ma servizi igienici in trasferta: le camere non avevano i bagni. La nostra doccia consisteva in un rapido sciacquo di ascelle al lavandino e io immaginavo di essere uno di quei pionieri americani in cerca dell'oro che si bagnavano nel fiume e dietro avevano le praterie, e dietro ancora altre praterie. Le finestre non si aprivano, erano bloccate dall'esterno. Alla reception mi dissero che era per via del terrorismo. Io non capivo come il terrorismo potesse entrare dalle finestre.

    - Mangiamo cinese? - Attilio.
    - Per me va bene - io
.
    - Allora c'è un take away poco prima di arrivare a casa - Attilio
.
    C'è una coppia di colore che aspetta la cena. Lui le stringe la mano e le sussurra qualcosa all'orecchio. Lei ride e gli scava la fossetta nel mento. A lui s'illuminano gli occhi.
    Prendiamo il nostro, paghiamo e andiamo via. In omaggio ci danno delle patatine. Ci salutano con cordialità. Ci sembra di abitare qui da una vita. Forse da una vita e mezza. Ceniamo a casa di Attilio. Beviamo sei bottiglie di vino in tre, un Jack Daniel's intero, mezzo litro di vodka, metà Kalhua, tre quarti di Martini bianco, del Porto, dello Champagne e qualche cocktail servito con una certa professionalità da Attilio. Con l'alba Andrea vuole andare a comprare i cornetti, ma siamo in Inghilterra e nessuno di noi sa ancora che avremmo dormito per circa tredici ore filate

    I momenti più difficili li vivevamo di notte, quando il caldo a letto diventava insopportabile e ci svegliavamo di continuo, fradici, in preda a strane allucinazioni. Una volta abbiamo visto una scopa e non sapevo che fosse sua. Bevemmo molto. Ed era forse per cercare di restare giovani un po' più in fretta.
  

    - Che ore sono? - chiedo a Andrea, e mi sembra di essermi appena svegliato.

    - Sono le quattro e mezza - risponde lui.
    Appoggio il braccio sulla valigia. Abbiamo passato la notte qui. Ho un mal di testa devastante. Sto decisamente vivendo la sbornia peggiore della mia vita. Lo comunico agli altri e ci alziamo.
    - Andiamo a fare colazione dal turco – dice Attilio, con una certa sicurezza. Lo seguiamo perché non abbiamo la forza per proporre un'alternativa.

    Il sole batte sulle case e illumina i fili d'erba dei piccoli giardini, avvolgendoli in uno splendido abbraccio. Metto gli occhiali scuri perché la luce mi dà un certo fastidio. Il turco è veramente a due passi. Io prendo salsicce, bacon, uova, patatine fritte e un succo d'arancia. Fingo di leggere il Sun, invece guardo le macchine e gli autobus passare. Noto una certa diffusione del grigio.
    - Merda - fa Attilio. Si è sporcato i pantaloni e deve essere a lavoro fra un paio d'ore. – Ma voi che programmi avete per la serata?
    - Io vorrei sbattermi una di queste madreperle con le lentiggini - dice Andrea, adocchiando una ragazza che attraversa la strada. - Se però hai qualcosa di più interessante da offrirmi...
    - Dovrebbe esserci una festa a Covent Garden, alle undici - Attilio.  
    - Che tipo di festa? - chiedo io.
    - Una festa. Musica, alcol, e se sei capace sesso facile - ridendo, Attilio.
    - Ok, ci stiamo - Andrea risponde per tutti e due.

    - Bene. Allora vestìti bene, alle dieci e mezzo alla fermata di Covent Garden. Io stacco da lavoro e vado direttamente lì. – Attilio mette sul tavolo un paio di sterline e se ne va.


    Non dormivamo granché e io avevo due occhi da animale notturno: cerchiati, con uno strano faro nel mezzo. Ma lui no, lui aveva la faccia pulita di un ragazzino e ciò provocava in me una certa curiosità, forse persino una certa invidia, ma non al punto da credere che ciò fosse importante.


    Andiamo in albergo direttamente da Covent Garden. Durante il ritorno per un po' ci penso, ma cerco subito di distogliere l'attenzione da quei pensieri. L'illuminazione è troppo fitta. Ci si attacca addosso con l'afa.
    - A questa città hanno dimenticato di farci il cielo. Di giorno è quasi sempre grigio e la notte non si vedono le stelle – faccio io, tra il triste e il serio.

    - Ma se questa settimana c'è sempre stato il sole... - Andrea.


Ero perennemente ubriaco e avevo sempre mal di testa ma a Trafalgar ci avevano fatto una fontana. La National Gallery? Vedemmo tanti Van Gogh, che poi in ogni suo quadro c'è un pezzo del suo orecchio e lo senti bisbigliare un'allegria giapponese dietro i cipressi. E Caravaggio, che era come un teatro in un quadro o viceversa.


    Ci fermiamo proprio davanti Burger King. Ci osserviamo l'un l'altro.
    - Ti sei scopato Patricia? - io.
    - Ieri. E l'altro ieri. E due giorni fa - lui.

    Realizzo che la mia conquista non deve essere stata tanto eccezionale e proseguo per entrare. Metto le mani nelle tasche e trovo solo qualche fazzoletto di carta usato. Mi fermo e guardo per terra. Un'ombra mi sopravanza.

 

NOTA DELL'AUTORE: Di ritorno da un viaggio, ho rispolverato qualche vecchio ricordo e un racconto che si è scritto in una sera di qualche settimana fa.

                                                                                                       In fede,

                                                                                                          V.

Scritto da: 5555555555 alle ore 21:07 | link | commenti (2) | categoria: racconti, prosa, quaderno
mercoledì, 08 agosto 2007
XIV

                                  Per te che ho conosciuto solo ieri...

"Ti guardiamo noi della razza
di chi rimane a terra"
Eugenio Montale

Vorrei poterti dire le stesse cose
che i quadri sospesi
appendono ai tuoi occhi
ma forse il tuo cuore
non sa quale umore sbirciare
dietro i muri.
Però se t'avanza un chiodo
per questa poesia,
non esitare:
legalo stretto all'aquilone
che prima o poi
il vento lo soffierà
sotto le nuvole.
 
Scritto da: 5555555555 alle ore 06:27 | link | commenti (6) | categoria: poesia
venerdì, 03 agosto 2007
XIII

Non posso scriverti poesie d'amore
perché non ti conosco,

perché se non chiudo gli occhi
non so dove sei,

perché se non chiudi gli occhi
non sai dove sono,

perché è tutto quello che ci rimane
e prima o poi finirà pure questo tempo
d'incontrarci nei sogni.
Scritto da: 5555555555 alle ore 04:06 | link | commenti (25) | categoria: poesia
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"Era la mia integrità che mi importava. È così egoistico? è a buon mercato, però è tutto ciò che ci resta. È l'ultimo centimetro di noi che ci resta... ma in quel centimetro siamo liberi. Morirò qui. Ogni centimetro di me perirà... tranne uno. Un centimetro. È piccolo, è fragile ed è l'unica cosa al mondo che vale la pena d'avere. Non dobbiamo perderlo, o venderlo, o cederlo. Non dobbiamo permettere loro di portarcelo via" (Valerie)

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