"La grande notte disordinata e tiepida che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
venerdì, 28 settembre 2007
XXII

Sottovoce m'hai soffiato il collo ed è stato quasi un dolore:
hai i miei occhiali e li nascondi tra i capelli

Però tu ora non mi dormi più a fianco
e io non posso riperderli
perché sto tornando a casa, la macchina è di mio nonno
anche se non la guida da quattro anni
e non posso lasciarla da te -
non c'è mai posto

Non so nemmeno di cosa brilla l'insegna
ma la strada appare dritta
come tutto quello che viene dal mio passato -
non so cosa si spegne di lato

La radio denuncia capovolgimenti della morale
e un ragazzo parla della sua generazione
manco fosse un errore anagrafico:
diteglielo che è solo un bambino
e che i soldatini non vanno alla guerra per davvero

Vedo un distributore e penso di averti in pugno;
per un attimo - ed è l'unico - sono libero

Poi, all'improvviso, la notte s'accende
a sinistra: c'è un falò di banane di plastica
e ci ballano ancora attorno a quel fuoco

Le nuvole di fumo non hanno confini
e il vento non le sparecchia

(Sottovoce m'hai soffiato il collo ed è stato un dolore:
hai i miei occhiali e li nascondi tra i capelli).
Scritto da: 5555555555 alle ore 19:24 | link | commenti (6) | categoria: poesia
sabato, 22 settembre 2007
XXI

Si muore quasi da soli
ma quando il livido più non rimane
la vita non rimena:
la distanza s'annulla nel
gorgòglio d'una lingua
che deraglia. Una volta,
puoi dirlo solo una volta.
Scritto da: 5555555555 alle ore 13:33 | link | commenti (12) | categoria: poesia
sabato, 15 settembre 2007
XX

Le regole dell'attrazione

È ora e lei è pronta. La festa decolla e lei è così meticolosamente bella che cerca di evitare il salone perché pensa che incontrarti adesso sarebbe un problema, o che potrebbe esserlo per te. Ecco perché sta bene attenta nel dispensare i suoi sguardi. Beve del vino in una terra desolata mentre alcune ragazze, prigioniere della musica battente, ballano le canzoni che le piacciono. È colpita dal fatto che tutti parlano fra di loro. È giusto? È così buio e il volume è così alto che le sembra di stare sott'acqua con gli occhi chiusi; riesce a malapena a scorgere il flash della macchina fotografica digitale, il camino, qualche bicchiere, un corpo macilento di ragazzo seduto male che si passa le mani tra i capelli, e altre immagini che fanno l'ombra al soffitto. Dappertutto sembra esserci gente con un sorriso di circostanza, ma in tutto ciò non vi trova niente di strano, e lei passa loro accanto, attraverso i loro denti, fino ad un punto in cui la vista di una ragazza così grassa costringe la sua bocca ad un ghigno, e ancora non ti ha incontrato. E ora comincia a cercarti: agli ingressi, ai bagni, nelle camere al piano di sopra; vagando, giunge persino in cucina, ma non ti incontra finché non è di nuovo sotto il lampadario del salone, ora acceso. Qualcuno ha chiesto di cambiare canzone, qualcun altro di abbassare il volume. Come ha voluto il destino, te ne stai sull'uscio a fumare un'altra sigaretta, tranquillo all'apparenza, mentre parli con un'altra ragazza che lei ha riconosciuto, ma non pensa che ti piaccia; la musica, sempre troppo forte, non le fa sentire niente, tranne che tu sarai suo. Lei fa qualche passo indietro fino a ritrovarsi sotto una delle due casse più grandi; il bicchiere non è ancora vuoto e le piace il modo in cui inclini la testa e muovi le spalle quando ridi. La canzone finisce, un'altra le si sovrappone, tutto è senza senso. Ti segue fuori dalla stanza, tu ti giri verso la ragazza e la prendi per un braccio e le luci illuminano per un attimo la tua polo e lei ti segue e dice... – Ciao – ... e mai un singolo istante ha potuto ferirla di più, colpirla così duramente, perché i tuoi passi rimbombano e tu non puoi sentire, non te ne rendi conto, e invece stai accompagnando un'altra alla macchina. Lei ha sorriso lo stesso: era comunque riuscita a vederti. Però se ne stava in quell'angolo, in piedi su quel tappeto rosso, la stanza era ritornata quella gran massa nera in movimento con le canzoni, mentre il suo amore restava raccolto nei suoi occhi, silenzioso, non dichiarato, ed era giunta l'ora di prendere una decisione. Cosa può fare? Può venire da te e dirti tutto senza che tu debba pensare che sia pazza? È andato tutto così in fretta...No. Forse è finita. O forse no. E lei non starà con te. Ma al di là di tutto ci sono ancora le tue mani, anche se è troppo tardi. Inconfondibile, anche la tua eco sembra svanire. Resta in quell' angolo, lei, aspetta, ascolta ora delle note che non le dicono niente, non l'aiutano nemmeno a capire, solo le lascia suonare, un ritmo chiuso che la tiene in trappola, che le ha immobilizzato le caviglie, e all'uscita un tipo del terzo anno che sta a Lettere le mostra orgoglioso il culo peloso, lei comincia a fissarlo e pensa che sia veramente finita. Che sia arrivata l'ora. Un altro tizio ubriaco le ride in faccia. Va via, non ha ancora capito chi le darà un passaggio per tornare a casa. Nessun altro messaggio. Ultima chiamata.


L. Una stella di plastica. Sto fissando una stella di plastica sopra la testa di S. Siamo da F e G, due lesbiche del seminario di poesia. G mi ha detto, qualche sera fa, che prende la pillola perché «non si sa mai». Insomma, non disdegna niente. F, d'altro canto, quando G fa tardi l'aspetta sveglia perché forse sospetta qualcosa, ha paura che G la lasci, che per G andare a letto con un'altra donna sia soltanto un capriccio. Cosa vuoi dirle? Beh, è normale che uno si chieda cosa succederà. Cosa succederà il prossimo semestre? E poi guardo S, che manda giù Jack Daniel's come acqua, e nel frattempo rolla una canna. È piuttosto bravo, e la cosa mi fa diminuire la voglia di scoparlo, ma chi se ne importa. D ha risposto al telefono, giusto? ed è venerdì, e se non era lui sarebbe stato quel francese. S ha delle bellissime mani: grandi, con le dita affusolate, sempre ben pulite, e beve in modo così accattivante, e d'un tratto voglio che mi prenda il culo. Non so perché lo penso, ma è così. È davvero bello: ha gli occhi verdi, verde scuro, con qualche sfumatura grigio-azzurra, è molto alto, con le spalle larghe, e ha una bocca cui non puoi resistere. È di gran lunga il più bello, ma questo non basta. Però di sicuro è un gran progresso rispetto all'attore caffeinomane che ho incontrato da R e che mi ha detto che sarei diventata la nuova Carla Bruni. Quando ho precisato che ero una poetessa, lui ha ribattuto che voleva dire Alda Merini.

Allora, c'è qualcuno che ci aiuta a far saltare in aria questa cazzo di università? – domanda G. G è fuori corso da due anni e, ormai, non riesce a studiare per più di due ore filate al giorno. Sta pure lavorando da McDonald's e il lavoro la rende livida (anche se mi ha confidato di scopare regolarmente con uno che lavora lì). – F è devastata – mi dice.

F annuisce e appoggia la testa sul libro che stava leggendo.

C-A-Z-Z-A-T-E – scandisco, sospirando. Guardo la foto della mamma di F attaccata al muro e ridacchio.

S ride e alza lo sguardo a cercare il mio, come per approvare e farmi capire di essere stata brillante e siccome ride, rido anch'io.

A T piace molto – dice.

Uccidiamolo e diremo che è artistico – dice F.

Com'è che F conosce T, mi chiedo. T se la fa con le lesbiche? Sono ubriaca.

Mentre mi guardo le unghie mi rendo conto che sono così persa da non riuscire ad alzarmi. A F dico soltanto: – Non deprimerti.

La depressione si addice alla gente – dice F.

No, non posso discutere così; allora accendiamo la prima canna. Mi piacerebbe che avessimo già fatto del sesso così tutto sarebbe finito e potrei andarmene a collassare a casa mia.

Questo posto è cambiato davvero –. Sono d'accordo con chiunque l'abbia detto.

Gli anni Settanta non sono mai finiti –. S il Filosofo. Che stupidaggine. Del tutto fuori luogo. Mi sorride e pensa che sia una cosa profonda. Mi sento male. Qualcuno ha messo della musica.

Mi chiedo chi riesca a completare in tempo questa cazzo di università – riflette F, ballando vicino alla mia faccia, guardandomi con occhi sognanti. Voglio andare a letto con un'altra ragazza? No. Non più questo semestre.

Non ti preoccupare, tesoro – dice G – è innocua –. F si siede e sospira e riprende a sfogliare il suo libro. Vattene se non ti piace, sto pensando. Da V. Vattene da lui, sto pensando.

Ma avete saputo che l'hanno prosciolto? Ma vi rendete conto a che punto siamo arrivati in questo paese di merda? Questo paese è solo merda – dunque S ha una coscienza politica. Che se la fumi pure col chilum. Lo tiene come V. Lo osservo, nauseata, ma c'è troppo fumo e lui non se ne accorge. – Dicono che prima o poi finiranno i lavori per la metro – aggiunge.

Perché? – sorpresa, gli chiedo.

Perché i soldi finiscono sempre – suggerisce F.

Che soldi? sto pensando. Chi ha detto cosa? Sono stata tagliata fuori? Mi sono persa qualcosa?

L'erba è di prima qualità ma per rimanere sveglia mi accendo un'altra sigaretta. Qualcuno dal piano di sotto grida : – È fallico! – e ci guardiamo tutti, strafatti, stonati e mi ricordo, senza motivo, di aver visto D alla festa che stava sulla soglia di una porta, con C che cercava di rincuorarla, e C mi guardava sottecchi mentre me ne andavo via con S.

E ora l'inevitabile.

Siamo nella sua stanza e mi sta suonando una canzone. Ha preso la chitarra e ha attaccato Hotel Supramonte. Io comincio a piangere solo perché non posso fare a meno di pensare a V, e lui si ferma alla seconda strofa, mi bacia e finiamo a letto. E sto pensando che se me ne andassi sarebbe tutto più facile. E se tornando a casa trovassi un messaggio di V? Se ci fosse una sua mail? Non importa con quali parole. Mi basterebbe anche solo un biglietto, una V e basta. Solo un segno e affanculo il resto. Sarei al settimo cielo per una settimana. Gli metto il preservativo dopo averglielo leccato un po' per non farmi fregare dalla sbronza.

S mi scopa. Niente male. È finita. Un lungo respiro. E mi giro dall'altra parte.


S. Ci siamo avviati verso casa mia (mi seguiva sapendo che sarebbe successo, troppo ansiosa per parlare), attraversando le strade che ancora continuavano a parlare della gente, e poi, salendo, i rumori si sono persi nella tromba delle scale. Ero talmente eccitato che non riuscivo a smettere di agitarmi e non ero nemmeno in grado di girare la chiave nella toppa. Sì è seduta sul letto e si è appoggiata al muro, chiudendo gli occhi. Ho preso la chitarra e le ho suonato una canzone che avevo scritto io e poi Hotel Supramonte, suonandola piano e cantando dolcemente le parole, e lei si è commossa e quando ha incominciato a singhiozzare mi sono fermato, mi sono avvicinato a lei e ho appoggiato la mia fronte alla sua, accarezzandole il collo, ma lei non riusciva a guardarmi; forse per tutta l'erba che si era fumata o per tutte quelle schifezze che si era trangugiata, o forse perché si era innamorata di me. Quando le ho tirato su il viso, aveva quello sguardo, e ho dovuto baciarla rapidamente sulle labbra e mi è venuto duro tutto d'un colpo quando ha ricambiato il mio bacio e una sua lacrima è scesa sulla mia guancia. Ho lasciato la chitarra per terra e l'ho spogliata e mi sono spogliato anch'io.

Aveva il corpo di una ragazza più giovane. I seni pieni, i capezzoli non ancora duri. L'ho aiutata a togliere le mutandine. Intanto l'eccitazione mi era passata...

ora era teso, l'aveva abbracciata più forte che poteva e ne stava respirando il profumo. E questo era ancora meglio del sesso strettamente inteso, ma non l'avrebbe mai ammesso. Mancava qualcosa. Ma cosa? Confuso, se l'è scopata e prima di venire ha pensato che la notte stava per finire. Per l'ultima volta.


Ci sono delle cose che qualcuno ha detto per sempre e la letteratura non fa altro che ripeterle all'infinito.

Scritto da: 5555555555 alle ore 19:11 | link | commenti (9) | categoria: racconti, esercizi di stile, prosa, sovrapposizioni
lunedì, 10 settembre 2007
XIX

Il sesto mese


Uno degli esercizi in cui profondo le energie della mia riflessione riguarda la costruzione dei ricordi. In particolare, destano il mio interesse la straordinaria plasticità che essi presentano riguardo al vissuto cui rimandano e la conseguente assoluta indeterminazione che rivelano rispetto a loro stessi. Ora, se ciò che ho descritto sopra sono le specificazioni più peculiari della loro essenza, e se veramente è da intendersi che tale essenza abbia proprio queste e non altre come prime e fondamentali determinazioni, allora va detto che questa individuazione non è immotivata: difatti, essa deriva dalla necessità che si stabilisce tra un autore e la sua storia. Il dovere, se qualcosa è andato storto, di cancellarne un pezzo, anche importante, e scriverlo da capo, fino a che tutto non trovi la sua più naturale collocazione.

Data questa premessa, lasciate che proceda per tentativi nel raccontarvi qualche minuscolo frammento della mia vicenda.


Avevo sei anni e il corpo maculato. Minuscole chiazze rosse talmente fitte da creare in me l'illusione di essere un pesce rosso, di quelli che comprate alla fiera del paese e muoiono dopo tre giorni. Però mia madre diceva che era solo morbillo e che avrei vissuto ancora per molto tempo. Avevo sei anni e il corpo maculato. Minuscole chiazze rosse tappezzavano il mio corpo, ma rimanevano comunque degli spazi bianchi, giusto per ricordarmi di non essere un pesce rosso, di quelli che potete comprare alla fiera del paese e muoiono dopo tre giorni, perché, dopotutto, anche un bambino sa di non poter essere un pesce. Mia madre diceva che forse ero allergico al pollo.

Avevo cinque anni e mi ero appena svegliato. Era una sensazione di cui non ero ancora del tutto cosciente; sembrava che potessi osservarmi dall'esterno sbadigliare, sentirmi male. Quel giorno vomitai sul pavimento verde della cucina. Mio nonno disse che era stata la pizza. Avevo cinque anni e mi ero appena svegliato. E posso dirlo con certezza: per un attimo, sono stato davvero io quel bambino. Io, quello che a cinque anni si è sentito male e ha vomitato sul pavimento verde della cucina. Mio nonno disse che era stata la coca cola.

Avevo due anni e mio padre tutte le sere mi lasciava addormentare e poi mi portava nella mia cameretta. Avevo paura del buio, ma non fra le sue braccia. Avevo due anni e mio padre tutte le sere mi lasciava addormentare e poi fra le sue braccia avevo ancora paura del buio.


C'è una sola cosa della mia infanzia che ricordo in ogni suo particolare. Mio padre che se ne va di casa il giorno di San Valentino del 1990 e io lo vedo bagagli alla mano lasciarmi alle spalle. Quella volta devo aver chiesto a mia madre «Ma papà dov'è andato?» e lei deve aver risposto «Papà è andato a suonare, farà tardi». Mio padre era un musicista e perciò non lo trovavo affatto strano che stesse via di casa per molto tempo. Sapevo dalle lunghe attese di mia madre, la notte, con gli occhi fissi sul tavolo, che bisognava imparare ad aspettarli, i musicisti. Solo che da quella sera cominciò a piangere di nascosto in cucina e fu allora che cominciai a nutrire dei sospetti. Deve essere stato a quel tempo che la mia coscienza è diventata tutta un singhiozzo così lungo.


I miei genitori si sono separati nel 1990, quando avevo sei anni. Ci rimasi piuttosto male, soprattutto perché pensavo che fosse colpa mia, perché è tutto quello che pensano i bambini. Ogni tanto pensavo anche alla sua nuova famiglia, ai suoi nuovi figli, a mia sorella che quel giorno dormiva. Per dio, non aveva nemmeno due anni. Era così piccola, così buffa, con tutti quei ricci. Tutto quello che pensavo era che non fosse giusto: per lei e per la considerazione che il resto del mondo sembrava avere di noi: nient'altro che il mancato tentativo di trascinarsi ancora insieme per un po'.


Il giudice decise per l'affidamento in favore di mia madre e stabilì che mio padre potesse vederci una volta a settimana. In più le vacanze alterne, ma lui si limitò a portarci sulle giostre per dieci anni e mi chiedo ancora oggi se non avesse di meglio da fare in quelle due ore che comprarci gelati.


Mia madre, subito dopo la separazione, lavorava fuori città per guadagnare qualcosa in più: usciva di casa alle sei del mattino, tornava alle dieci di sera e spesso io non la vedevo nemmeno perché mi ero già addormentato. Mi portava degli ovetti di cioccolato quando tornava e una volta stavo per rimetterci un occhio. Poi, mentre diventavo più grande, il mio naso ha preso a sanguinare regolarmente ogni estate. Dicevano fosse il caldo o i capillari fragili. Avevo sedici anni e usavo borse di ghiaccio per fermare le emorragie.


Ero in terrazza che leggevo quando me lo dissero. Un adenocarcinoma al colon. Dunque mio nonno non era immortale. Fu una brutta sorpresa. La notte prima che si operasse c'ero io con lui. Sapeva che gli rimaneva poco ed io gli feci una promessa. Mi disse che non avrei dovuto stare in pensiero e che avrei dovuto provare a dormire.

I medici gli diedero sei mesi. In sei mesi si fanno tante cose, pensavo. Solo che poi ogni giorno che tornavo da scuola – ero all'ultimo anno di liceo – arrivavo a casa con la paura in corpo, il timore di averlo visto la mattina per l'ultima volta. Sì, perché il solo fatto di vederlo, anche se in quelle condizioni, anche se con quella condanna scritta in faccia, bastava a rassicurarmi. E potevo ancora illudermi per un poco che quel rantolo si tramutasse in un respiro.


Aveva chiesto di me prima di andarsene. Io lo sapevo che sarebbe voluto morire tra le mie braccia. E così gli ho lasciato fare. Vidi, quando le sue labbra diventarono violacee, il colore della morte; mi accorsi che sei mesi erano passati in fretta e che io certe cose non potevo proprio controllarle. Non bastava conoscere la matematica o la fisica. E nemmeno la filosofia. Non basta tutta la conoscenza del mondo. Però gli avevo detto che gli volevo bene e questo era sufficiente.

Sono rimasto da solo nella sua stanza, accanto al suo letto di morte, immobile, quasi nell'attesa che il cadavere si decomponesse da un momento all'altro, o forse impaziente di ricevere un ultimo cenno di approvazione.

Prima che mi addormentassi, quella notte, mi ha accarezzato per un'ultima volta la fronte, come a ringraziarmi per i babà. Come ad augurarmi buona fortuna.


Una volta sono andato a Genova e ho conosciuto Cristoforo Colombo. Lo dissi a mio nonno e lui rise. Non mi disse che era morto.


Scritto da: 5555555555 alle ore 14:31 | link | commenti (20) | categoria: racconti, disegni, prosa
martedì, 04 settembre 2007
XVIII

Scimmiottando poeta beat di prima generazione
cercasi prosodia di prima mano
non troppo usurata dalla tradizione
che venga dagli giusti dèi
non troppo lontani dall'orizzonte
del pallido meriggio d'artiglio -
una musica strana da povero diavolo assorto -
che possa far uscire Fernanda di prigione
consegnandole il libro, lei che lo sa
che il quaderno è caduto
a non scriverti più.
Scritto da: 5555555555 alle ore 15:33 | link | commenti (14) | categoria: poesia
sabato, 01 settembre 2007
XVII

Traslochi

Mi aggiro per casa come un cane bastonato in cerca di un posto per leccarsi le ferite in pace ma è notte fonda e la bocca è uno sconfinato deserto di segatura che si estende dal belvedere del pomeriggio su di un posto che non è il mio, perché non l'ho mai visto, se non di sfuggita quando ero piccolo, e in macchina accanto a me non c'è la mia implorata fragilità d'un liscio splendore, unico, come la luce dei lampioni che mi impedisce di guardarti negli occhi perché non puoi sempre mettere tutto in un cassetto, per la paura che questa strada desolata diventi un muro, una parete a cui appendere i miei ventidue specchi per capire cosa c'è dietro la pioggia, se l'arcobaleno o quei primi giorni di settembre in cui l'aria si spegne e se la stringi forte tutta in un pugno ti sembra che la tua vita stia per finire da un momento all'altro, come questo viaggio che ti ha sorpreso alle spalle lasciandoti l'odore dei limoni sotto le pietre che hai adoperato come cuscini, un po' scomodi magari, ma era l'unico modo per vedere le stelle che avevi perso sul prato poco prima di quella sabbia su cui le tartarughe ballavano il tango per telefono - se proprio dovessi ammetterlo lo farei, ma non è importante che tu lo sappia - perché ho dovuto chiudere i finestrini a causa del tuo borotalco, quello che ha deciso il ferro quando la mia chitarra ha smesso di suonare, forse per sempre, perché non ne ho più la forza, o perché mi restano pochi accordi ed è in questi momenti che berrei fino a morire stordito dalle parole che non sarei capace di scrivere e che sono tutto quello che cerco di scrivere, per strapparle al silenzio straziante della mia congenita incapacità, perché forse dovrei cominciare a vivere sul serio e darci un taglio con questi tentativi di autocommiserazione perché, in fondo, sono solo parole, sono solo le canzoni che non riuscirei a scrivere e che tu non ascolteresti mai, e hai ragione, ma non ne vale la pena e io voglio solo stare un po' da solo, senza i miei libri, senza i miei quaderni, senza la mia musica, senza i miei disegni, senza i miei fumetti, senza questa fame chimica, senza queste palpebre smunte, senza quest'inutile dolore che mi si è conficcato nel petto, ma con un paio di guanti nuovi e una sciarpa colorata per l'inverno, per quando arriverà il mio compleanno.
Scritto da: 5555555555 alle ore 06:24 | link | commenti (9) | categoria: poesia, racconti, prosa, quaderno
Chi Sono
Blogger: 5555555555
"Era la mia integrità che mi importava. È così egoistico? è a buon mercato, però è tutto ciò che ci resta. È l'ultimo centimetro di noi che ci resta... ma in quel centimetro siamo liberi. Morirò qui. Ogni centimetro di me perirà... tranne uno. Un centimetro. È piccolo, è fragile ed è l'unica cosa al mondo che vale la pena d'avere. Non dobbiamo perderlo, o venderlo, o cederlo. Non dobbiamo permettere loro di portarcelo via" (Valerie)

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Odi et Amo
Odio
I blog con odi et amo
Le solite cose
svegliarmi presto

Amo
I blog senza odi et amo
Ciò che è diverso
svegliarmi tardi
Shinystat
Foto Recenti
Che cos'è la filosofia Che cos'è la filosofia
Vedi altri media
Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Siamo in
*loading* visite
Testo scorrevole
"Nei prodotti psicotici è spesso presente una ricchezza di significato che altrove si incontra soltanto nel genio" (Carl Gustav Jung)
Crediti


Heracleum blog & web tools