"La grande notte disordinata e tiepida
che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
XXXVI
Sento l'armonica a bocca
ma è solo l'altalena
a sibilare la stagione,
il suo ritmo di canzone.
Il coro lo fanno le cicale:
che ne dici,
è abbastanza?
Intanto sotto le foglie del noce
le formiche tornano indietro
mentre tu giri in tondo.
XXXV
Del vecchio arcobaleno
hai solo la pioggia
che piange lacrime di biancospino.
È strano, ma il tuo ritratto
non aggiunge niente al mattino.
XXXIV
Il pensiero eccedente. La questione del numero nel Parmenide di Platone.
Nell'ambito delle deduzioni che riguardano l'ipotesi se l'uno è (ἓν εἰ ἒστιν), Platone dice del numero. Tale argomento è già nel momento dell'ipotesi, nella sua posizione. È solo infatti pensando ad esso – il numero – che Platone può dire “l'uno è”. Perché? Perché l'uno, nel momento in cui è detto, è già due. Però Platone ci dice anche che quest'ipotesi dobbiamo pensarla come una (di quell'uno che è come “l'identico oggetto” – τοῦ ἑνος ὂντος). Eppure anche questo essere uno dell' “identico oggetto” è due. È il due in quanto l'uno e l'essere dell' “uno è” non sono la stessa cosa, bensì sono differenti, e questa loro differenza costituisce proprio l'identità dell'oggetto in questione. Ma veniamo a questa differenza: essa è stabilita non secondo la natura di ciascuna cosa (κατὰ φύσιν, come diceva Eraclito), ma secondo la partecipazione dell'uno e dell'essere all'idea del diverso. E come tale, il diverso, non è né l'uno né l'essere ma, per l'appunto, il diverso. Esso è allora differente dall'uno e dall'essere, ed è il tre. Come si vede, quando Platone pensa l'uno, e lo pensa come essente seguendo la lezione del Parmenide storico (si veda in proposito il famoso terzo frammento del ΠΕΡΙ ΦΥΣΕΩΣ – τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι, «lo stesso è pensare ed essere»), egli ha già detto il due [1], e quando guarda al due, ha già detto il tre. Ciò vuol dire che la via del discorso, del ragionamento, del λὀγος in una parola, passa sempre per un termine esterno alla relazione primaria posta. Potrebbe essere questo il senso, ancorché metaforico, di quello che con ogni probabilità è il passo più arcigno del dialogo, quello relativo alla generazione dei numeri (143c ss.). Infatti, è proprio in base ad un'eccedenza che il numero è generato – e generato proprio da ogni discorso che possiamo fare “se l'uno è”. E, se è vero ciò che è stato detto, allora anche il numero deve essere in conseguenza dell'essere dell'uno. E se è il numero, sono anche i molti (τὰ πολλὰ). E il numero è precisamente ciò che permette a Platone di pensare i molti come uno (del due che si dice essere uno più uno) e l'uno come molti (dell'uno che accanto ad un altro uno è due). Esso è il medio che giustifica la mostruosità (τέρας) di un'ammissione così sconcertante per Platone stesso, e cioè che vi sia una mescolanza, una coimplicazione dell'idea dell'uno e di quella dei molti. E il numero è così ciò che unisce, ciò che permette di rinvenire l'unità nella molteplicità e la molteplicità nell'unità. Detto più chiaramente: il numero è il medio che solo rende possibile il pensiero. Che solo lo rende possibile perché è ciò attraverso cui Platone supera la difficoltà posta da Zenone all'inizio del dialogo (che se gli enti sono molti, allora essi sono a un tempo simili e dissimili) mettendo in moto una macchina spietata di generazione di concetti, che moltiplica relazioni e, per ciò stesso, rende possibile il discorso, senza per questo consegnarlo ad un'assoluta relatività. Tutt'al più ad una differenza, che però viene subito riassorbita nei termini della verità di una relazione con un terzo. Ed è per questo che il pensiero, quando pensa, ha già ecceduto se stesso.
NOTA
[1] Se l'essere e l'uno sono due, allora sono una coppia, così come l'essere e il diverso e pure l'uno e il diverso. E se sono una coppia, allora saranno certamente due. Ma per astrazione (e non si sottolineerà mai abbastanza questo termine così decisivo ai fini di una critica devastante della teoria delle idee cui sembrerebbe autorizzarci lo stesso Platone riccorendovi), noi possiamo considerare che di questa coppia è sempre possibile isolare uno dei due termini, prendendolo cioè come uno. Così, se ad una qualsiasi coppia si aggiunge un uno, allora abbiamo il tre, e così via...
XXXIII
Prendo a scrivere piano
ma tu mi chiami al telefono
e dici che hai sentito.
Provo allora a spiegarti
che non avrei voluto svegliarti
ma mi dici che non so mentire:
di quali fiori hai appassito
il giardino del bucaneve?
XXXII
La fine del mondo (secondo foglio)
...non sono io quello che le risponde scodinzolando. Non sono io quello che prende a calci una bottiglia perché lei non gli risponde al cellulare e casomai lo spegne pure. Non sono io quello che si preoccupa di aver detto una parola fuori posto. Non sono io quello che ha timore di chiamarla troppo poco. Non sono io quello che poi dopo non riesce nemmeno a suonare uno stupido valzer sulla chitarra. Non sono io quello che medita di correre da lei appena può. Non sono io quello che non ha dormito per lei. Non sono io quello rannicchiato sul pavimento della sua camera con la testa sulle ginocchia e lo sguardo fisso nel vuoto. Non sono io quello che salta i pasti pensando che qualcun altro può averla. Non sono io quello che si precipita a casa sua nel bel mezzo della notte. Non sono io quello che le chiede di aspettare. Non sono io quello che le sussurra parole dolci all'orecchio in mezzo alla gente. Non sono io quello che pensa di essere la persona sbagliata. Non sono più io quello più forte. Non sono più io quello che si stordisce con litri di birra per mettere a freno la sua coscienza. Non sono più io quel bambino che rimprovera a suo padre un'assenza durata vent'anni. Non sono più io quello dalle poche parole. Non sono più io quello che guarda dal finestrino l'avvicendarsi delle stazioni. Non sono più io quello che pensa che potrebbe trattarsi solo di un grosso equivoco. Non sono più io quello che vince nonostante tutto. Non sono più io quell'infallibile calcolatore di emozioni. Non sono più io quel vuoto che mi riempiva. Non sono più io quello che di notte guarda la pioggia alla finestra. Non sono più io quello che arriva tardi agli appuntamenti. Non sono più io quello che non guarda mai dietro di sé. Non sono più io quello che pensa di essere la persona giusta. Non sono più io quello che scrivo.
XXXI
Una lunga poesia:
ho in mente una lunga poesia
s
t
e
r
m
i
n
a
t
a
sul tuo giovane cuore di pipistrello smeriglio sotto il soffitto del Cosmo
i
n
f
i
n
i
t
o
come i
n
f
i
n
i
t
o
è il dolore delle tue parole
Una lunga poesia - dicevo:
ho in mente una lunga poesia che la mia anima fumante tirerà fuori
dalla mia barba di inesperto doganiere
seppellendo in uno qualunque dei tuoi pomeriggi
i tuoi flauti di cesio:
spetterà a te ricostruire la partitura desacralizzata della mia croce
nell'ovvia doratura del girasole:
sputerai semi di papavero sul futuro viale bianco dei cipressi alberati
camminando sul tappeto bagnato della notte
e le stelle del tuo astrolabio saranno altre stelle.
XXX
De origine et natura affectuum
(Origine e natura degli affetti)
“Il comportamento umano, determinato nel suo principio
e quasi in ogni sua azione, non ama le deviazioni, e quelle poche
che gli toccano evita di seguirle fino in fondo”.
MICHEL HOUELLEBECQ
“Il mio ideale è una certa freddezza. Un tempio che
faccia da sfondo alle passioni senza interloquire”.
LUDWIG WITTGENSTEIN
“Prima c'è l'amore, poi c'è il disincanto, e poi
c'è il resto della vita”.
DOUGLAS COUPLAND
“Il Parmenide di Platone si conclude con la grande metafora dell'esercizio dialettico: ogni cosa può essere detta di tutto per il semplice fatto di aver posto delle ipotesi e di averne ricavato le giuste conseguenze. Per altro, il dire questo tutto rimane ancorato alle possibilità che abbiamo di dire 'questo tutto è'; ovvero, è il dire che si fa del pensare che esaurisce l'àmbito dell'essere e della sua verità. Al di fuori di ciò, nulla propriamente è, e nemmeno non è. E nulla può essere detto vero o falso”.
Ripongo il libro, con devozione, sul comodino accanto al letto. La luce della lampada ancora flette i suoi raggi posticci sugli altri volumi impilati sulla scrivania e illumina lo spazio vuoto di pagine mai aperte. Immagino che qualcuna di esse potrebbe cambiarmi la vita; immagino anche che leggendole tutte cambierei idea. Ma non è questo il punto.
Trovo gusto, nell'addormentarmi, a elaborare teorie sul comportamento umano. Mi chiedo perché cerchiamo una persona piuttosto che non cercarla, perché le diciamo di sì anziché no, perché, insomma, facciamo una cosa piuttosto che il suo contrario. Per fare ciò, mi propongo di guardare le cose con un certo distacco. Ma – mi chiedo – astraendo dal contenuto determinato delle nostre azioni, possiamo davvero risalire ad una dinamica generale del comportamento umano? E se esiste una tale dinamica, essa non andrebbe di certo riferita ad un uomo in generale? Eppure ad un qualunque intelletto sano risulterebbe evidente che esistono solo molti uomini e nessun uomo in generale. Ma se esistono molti uomini essi dovranno anche essere tanti uno per essere molti; ma pur sempre, presi per se stessi, saranno uno. Ogni uomo, dunque, esiste singolarmente. Ma quello che mi propongo è trovare una strategia generale d'azione. Come conciliare un'esistenza singolare con una dinamica generale che esprima la totalità di queste esistenze singolari?
Mi metto sull'altro fianco. C'è un libro sul letto. Lo apro: “His sine dubio mirum videbitur, quod hominum vitia et ineptias more geometrico tractare aggrediar, et certa ratione demonstrare velim ea, quae rationi repugnare, quaeque vana, absurda et horrenda esse clamitant. Sed mea haec est ratio. Nihil in natura fit, quod ipsius vitio possit tribui; est namque natura semper eadem et ubique una, eademque eius virtus, et agendi potentia, hoc est, naturae leges et regulae, secundum quas omnia fiunt et ex unis formis in alias mutantur, sunt ubique et semper eaedem, atque adeo una eademque etiam debet esse ratio rerum qualiumcumque naturam intelligendi, nempe per leges et regulas naturae universales”.
*****
Come ogni sera, il giovane Giorgio si addormentò di quel sonno profondo che dorme il pensiero dopo aver a lungo faticato per trovare la sua via. Avrebbe voluto indugiare ancora nelle sue riflessioni, ma il peso di una rivelazione improvvisa gli annebbiò la vista. Fu, per circa cinque secondi, tutt'uno con la sua stanza.
Un giorno, nemmeno poi troppo lontano – e chissà perché poi era così certo di questo – , qualcun altro avrebbe sfiorato il contorno di quel viso che al momento gli sembrava così familiare, quasi come lo conoscesse da una vita precedente; qualcun altro avrebbe preso quelle mani, magari con una dolcezza maggiore di quella di cui lui era capace; qualcun altro avrebbe atteso il suo sguardo dall'altra parte del portone, con più amore di quanto lui poteva; qualcun altro l'avrebbe riaccompagnata in macchina dopo una festa, con una macchina migliore della sua; qualcun altro avrebbe dormito con lei, più delle notti che lui aveva potuto contare; qualcun altro avrebbe risolto i suoi timori, e lei gli avrebbe sorriso come con lui non aveva mai fatto; qualcun altro le avrebbe regalato i libri che lei non era riuscita a leggere e che lui non conosceva; qualcun altro le avrebbe promesso un ricordo tutto nuovo mentre lui sarebbe rimasto in un angolo della sua memoria a coltivare i suoi dubbi; qualcun altro le avrebbe portato delle ragioni migliori delle sue; qualcun altro le avrebbe cantato una canzone perché lui era terribilmente stonato; qualcun altro avrebbe soffiato sulla sua cioccolata calda per cercare di raffreddarla, perché lui questo non l'aveva mai fatto; qualcun altro l'avrebbe svegliata nel pieno della notte per dirle di avere bisogno di sentire la sua voce, e lei si sarebbe svegliata con tutto l'amore che è umanamente possibile. E poi venne l'ultimo anello di questa catena (ma che in effetti era stato anche il primo), quello che lo saldò al mondo nell'istante supremo di un'improvvisa vertigine: pensò, semplicemente, che qualcun altro le avrebbe stretto il braccio con forza maggiore rispetto alla sua, e che lei sarebbe rimasta un attimo in più di quanto aveva fatto con lui.