"La grande notte disordinata e tiepida che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
mercoledì, 30 aprile 2008
LVII

Qualche tempo fa ho mandato un dattiloscritto ad una casa editrice nella speranza che fosse la volta buona. Ed è sempre così. Cioè, ogni volta che chiudo – o sono costretto a chiudere – un lavoro e lo mando a qualcuno, lo faccio sempre con la convinzione che sia la volta buona. Ma, come al solito, è andata buca. E allora ci rimango male ogni volta di più. Mi chiedo se valga la pena continuare a scrivere, soprattutto poesie, quanto possa essere giusto essere costretti a partecipare a concorsi pur di farsi notare, quanto possa essere utile buttare del tempo su un foglio alla ricerca della parola giusta, la parola che ti cambia il verso. Mi chiedo, infine, se ci sia davvero del talento nelle mie mani. O se sia giusto, anche per altre ragioni che non riesco ora a spiegarvi, farla finita qui.
Scritto da: 5555555555 alle ore 16:32 | link | commenti (7) | categoria: riflessioni, frammenti, autocritica, autobiografismi
martedì, 22 aprile 2008
LVI

La strada è deserta. Niente luci negli specchietti. Mi viene in mente di quella volta che ho fatto un viaggio che non finiva più e mi mettevo il mare sempre alle spalle e allora penso che le cose cambiano. E pure in fretta. Poi vedo un altro tizio che come me guida alle tre del mattino ma va piano per accendersi una sigaretta e lo invidio. Lo invidio perché magari è più felice di me.
La strada intanto si è fatta più lunga. Cerco le chiavi di casa nella tasca dei pantaloni e penso che morirò giovane.

…Vivian è tornata a Londra tre mesi fa. Prima di partire mi disse che non credeva nei rapporti a distanza e che ero stato una frana perché non le ero stato abbastanza vicino. Mi disse che gli amori non durano e che tutto è destinato a finire. Io non le dissi che non la pensavo così perché forse a me andava bene. Perché forse mi andava bene che se ne andasse, nonostante ne fossi ancora innamorato.
Perché forse era meglio salutarsi senza la promessa di doversi rincontrare.



Scritto da: 5555555555 alle ore 04:13 | link | commenti (5) | categoria: racconti, frammenti, esercizi di stile, prosa
giovedì, 17 aprile 2008
LV

(21) Partire e non tornare più.
Scritto da: 5555555555 alle ore 01:30 | link | commenti | categoria: diario, appunti, frammenti, esercizi di stile, prosa
venerdì, 11 aprile 2008
LIV

“Ciò che si fa per amore è sempre al di là del bene e del male”

Friedrich Wilhelm Nietzsche

Quale rapporto tra l’esigenza di un senso e un mondo reale, fatto di pietre e persone? Partirei da qui per spiegarvi quello che ho da dirvi oggi. Si tratta di un grosso problema metafisico che mi attanaglia da tempo, ma, nonostante questo, non vi dirò quasi nulla.
Noi siamo le persone che incontriamo. Io oggi sono stato una bambina che rideva. E anche un negro che veniva dall’Africa. Poi sono andato a pisciare ed ero un altro ancora. Poi sono stato di nuovo io e ho pensato che siamo soprattutto le persone che ci hanno cresciuto. Io sono mio nonno. E sono mia madre. Sono mio nonno anche se sono morto. Lo sono perché parlo come lui e perché leggo i libri così come li leggerebbe lui. Lo sono perché quando mi danno un bacio sulla guancia io faccio la sua stessa smorfia. E perché faccio retromarcia come lui. Ma sono anche come mia madre. E questo non va. Mia madre è una delle persone più forti che io abbia conosciuto. Ma anche una delle più deboli. Mia madre non ha amato molti uomini ma forse è riuscita ad amarli tutti nel modo sbagliato. Prendete mio padre: l’ha amato troppo, come si ama a vent’anni. E forse mio padre non l’ha amata abbastanza, come non si ama a vent’anni. Io l’ho vista soffrire per davvero: l’ho vista soffrire per trentacinque chili. E l’ho vista soffrire così tanto perché forse chi ama in quel modo è destinato a soffrire. Mettersi completamente nelle mani dell’altro, essere pronti a sacrificare tutto: lei in proposito dice che ama “annullandosi per l’altro”.
Io sono mia madre anche se lei si sbaglia quando dice che ho ereditato la sua “intelligenza”. Io di mia madre invece ho ereditato soprattutto la vocazione alla sofferenza. E anche quando cerco mio padre dentro di me, lo cerco come lo cercherebbe lei.
Scritto da: 5555555555 alle ore 05:23 | link | commenti (8) | categoria: riflessioni, diario, frammenti, esercizi di stile, flussi, prosa, autocritica
martedì, 01 aprile 2008
LIII

(20) Quando ho cominciato a pensare prima di scrivere quest'appunto? Che cosa volevo poi dire? Questa è una riflessione sulla riflessione in atto? Che cosa vuol dire cominciare a pensare? E cosa cominciare?
Dico subito che cominciare a pensare non è pensare l'inizio. Se l'inizio è pensato, l'azione è impossibile: la pena del pensiero "iniziale" o "iniziatico" è la condanna al misticismo. Cominciare a pensare è invece un atto naturale e come tale va compreso. Si comincia a fare una cosa e ci si getta nella mischia.
Si fanno molte cose e pensare non è un'attività diversa dal fare una cosa. Per fare una cosa bisogna cominciare a farla, il che non è affatto scontato. Ma quando si comincia veramente a fare una cosa? Cominciamento è una cosa che ha inizio nel tempo. Ma il cominciare è extra-temporale, è il "virtuale" del cominciamento. Cominciare è l'eventualità che accada qualcosa. Il "pensare" è una cosa fortuita e non è detto che capiti a tutti.
Ma qualcosa è già cominciato: scrivere, per esempio. Quando l'ho fatto? Quando ho smesso di cominciare, cioè quando ho smesso di pensare, che è però solo un modo di cominciare. Qualcosa nella scrittura è andato perso ed è cominciata una cosa nuova. E perché vi sia una cosa nuova deve esserci almeno una cosa vecchia.  Cominciare è smettere il vecchio e iniziare il nuovo. Ma qual è il confine tra vecchio e nuovo? Come faccio a sapere dove comincia la "novità"?
Scritto da: 5555555555 alle ore 19:45 | link | commenti | categoria: riflessioni, diario, appunti, frammenti, filosofia, prosa
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"Era la mia integrità che mi importava. È così egoistico? è a buon mercato, però è tutto ciò che ci resta. È l'ultimo centimetro di noi che ci resta... ma in quel centimetro siamo liberi. Morirò qui. Ogni centimetro di me perirà... tranne uno. Un centimetro. È piccolo, è fragile ed è l'unica cosa al mondo che vale la pena d'avere. Non dobbiamo perderlo, o venderlo, o cederlo. Non dobbiamo permettere loro di portarcelo via" (Valerie)

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