"La grande notte disordinata e tiepida che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
mercoledì, 13 giugno 2007
VII

    Dell'assottigliamento

    Sono profondamente d'accordo con Italo Calvino (1). Credo che oggi si scriva così perché la fisica e l'informatica hanno penetrato la nostra esistenza: frammenti invisibili, bytes, atomi spezzati, particelle elementari. Tutto è ormai troppo piccolo perché lo si possa percepire con certezza. Il tempo comincia a correre più veloce e chi ci vive dentro - così come chi vive dentro lo spazio - non può scendere improvvisamente dalla giostra e smetterla col tirare i calci in culo. Chi scende a metà del giro puzza, questo è ovvio. Come è ovvio che questa sottrazione indebita di tempo - e di spazio - ha finito per produrre qualcosa di eccezionale in campo letterario: la scomparsa del pubblico e, soprattutto, quella dello scrittore di professione.

    Siamo abituati, dalla società in cui viviamo, dai saperi che essa ha prodotto soprattutto nel corso della sua storia recente, a pensare che dobbiamo fare il più in fretta possibile. "Devi laurearti presto", "Trova presto un lavoro", "Sbrigati computer di merda che voglio andare a letto", "Muoviti a darmi il culo che se no ne trovo un'altra". Vedete, espressioni come queste sono piuttosto significative. Se dovete impiegare il vostro tempo per laurearvi presto, dove lo troverete il tempo per poter leggere? E se dovete trovare lavoro, quando potrete fermarvi a spulciare qualche pagina? Se non sapete aspettare che uno stupido computer si spenga, come farete a starvene comodi in poltrona con la vostra storia tra le mani? Se non siete in grado di pazientare un paio di mesi prima che una vi dia il culo, come potreste perdere tempo dietro a un libro? Insomma, nessuno ha tempo perché quel poco che abbiamo ci serve per fare altro. Come volete che uno abbia ancora un pensiero da dedicare alla lettura?
    La scomparsa del pubblico dall'orizzonte letterario, pubblico che ormai è gente che nella migliore ipotesi considera l'arte come uno svago o un lusso, ha finito per influire profondamente anche sul modo di scrivere. Se andate in libreria e aprite qualche romanzo (ma vi prego non Baricco o Moccia) recente, troverete tra loro una certa affinità. Questa affinità non sta certo nel tema, ma nel ritmo della narrazione. Troverete tutto stranamente veloce, tutto sfuggente (2). Le parole vi guizzeranno innanzi come sguscianti anguille e vi salteranno negli occhi, sbarrandoli. Il fatto è che però, in realtà, lo scrittore non esiste più, viene risucchiato dalla sua stessa prosa e voi non ce lo trovate dentro quello che fa. Quindi non è lui che alleva le anguille che vi stanno mangiando l'intestino. Questo perché per allevare pesci ci vuole pazienza, e lui non ha più tempo per avere pazienza. In fondo, se il giullare non ha più una corte per la quale esibirsi, può ancora essere definito un giullare?

    Vi chiedo scusa se la mia digressione è andata avanti più del previsto, ma volevo solo illustrarvi, per quelle che erano le mie possibilità, le ragioni per cui la letteratura è esplosa e la sua fruizione è andata in frantumi (3). Vorrei ora, invece, farvi un esempio in proposito: Bret Easton Ellis e il suo ottimo Le regole dell'attrazione.

    Il romanzo in questione è apparso nel lontano 1987, quando l'autore aveva circa ventitre anni ed aveva già scritto Meno di zero. Oggetto-soggetto dell'opera sono le vicende che ruotano attorno ad un gruppo di studenti dell'università di Camden, nel New Hampshire.
    Ellis dice di cominciare dall'autunno del 1985 e comincia in minuscolo. Questo, innanzitutto, perché quando si inizia a scrivere non si sa bene mai da cosa partire: si comincia e basta. Se provate a chiedere agli scrittori da dove comincino le loro storie, da dove traggano la loro ispirazione, vi risponderanno che non lo sanno, o tutt'al più vi indicheranno una situazione che grossomodo non avrà niente a che fare con quello che poi effettivamente andranno a sviluppare. E questa è la prima cosa che voglio sottolineare: la lettera minuscola.
   
    Il libro ha più di una voce e forse è più di un romanzo. Sean Bateman, fratello di un altro e famoso Bateman targato Ellis (l'agente di borsa di American Psycho), è uno piuttosto svelto, uno spacciatore di contrabbando ed uno che soprattutto ha la moto: questo lo rende differente da tutti gli altri. Paul Denton è il frocio, quello a cui piace essere scopato nel culo e presumibilmente anche in bocca, quello che si masturba sotto il cuscino mentre Sean beve una birra, quello che alla fine parla con Lauren. Lauren Hynde vorrebbe fare l'amore con Victor la prima volta ma poi ubriaca si fa scopare da uno studente di cinema o teatro - questo non è che lei lo ricordi bene - mentre un fusto di birra rotola sul pavimento e la conduce fuori da quella maledetta stanza. Victor è in giro a calarsi l'Europa o forse a scoparsi New York. Poi c'è qualcun altro ma appare troppo poco perché lo si possa nominare.

  Questi personaggi (Sean, Lauren, Paul, Victor) fanno parte dello stesso intreccio, ma raccontano storie diverse: la narrazione è infatti polifonica, modulata sulla voce di ciascun personaggio secondo una dinamica che ogni volta rovescia un evento nel suo contrario. Quando Sean e Lauren sono in camera e lui le dedica una canzone alla chitarra, lei piange dalla commozione; quando invece sono Lauren e Sean ad essere in camera, lei piange perché Victor è in Europa a menare l'uccello nel culo di qualche inglesina. Potrei citarvi anche altro, ma non importa. Ciò che conta, ciò che va notato, riguarda l'impianto formale che sta dietro a questi episodi.
    Cosa vuole fare Ellis? E come lo fa?
   Uno scopo ed il modo in cui lo si raggiunge sono la stessa cosa, e per questo motivo la risposta che vi darò sarà unica. Ellis vuole costruire una macchina fabbrica-vicende per prevedere il clinamen della sua storia, di ogni storia che mette sulla pagina. Questa macchina deve avere la portentosa capacità di allungarsi su ogni parola, di proiettarla in un campo d'azione limitato, deve essere pronta a ribartarla nel suo contrario e a fare del suo significato un fantasma. Dunque macchina ribaltante fabbrica-ectoplasmi. Macchina che agisce sui personaggi scarnificandoli, come una pialla che ne assottiglia lo spessore e ne livella le relazioni. Sean, Paul, Lauren e tutti quelli che compaiono nella/e storia/e allora, ed è facile intuirlo, si consumano ineluttabilmente: sniffano e il loro naso sanguina, bevono fino a traboccare di ogni schifezza alcolica, scopano tanto che i loro orifizi diventano logori e laschi. Scoprono la fine dopo essersi bruciati, il vuoto dietro la loro benestante generazione di ricchi e giovani universitari americani mangiasoldi di papà (4).
    Ed è qui che il congegno dell'autore americano raggiunge il suo scopo: le vicende si sfiorano, creano dei nodi, sempre pronti a sciogliersi, tranne uno: "Nessuno conosce nessuno. Possiamo solo avere a che fare l'uno con l'altro" (5). E sembrerebbe questo il bandolo della matassa. Ma a pensarci bene questo non è un epilogo e nemmeno una morale: se nessuno conosce nessuno, chi dirà a chi cosa? Chi potrà ricostruire la storia della materia?
    Si potrebbe solo avanzare qualche ipotesi circa la non contraddittorietà dei fatti. Ma chi di voi è ancora disposto a giurare che quello che vede o che si sente raccontare è vero?

    Perciò, riassumendo, le cose che avevo da dirvi erano queste:

    1. la scomparsa del pubblico e dello scrittore professionista;
    2. la lettera minuscola;
    3. la polifonia;
    4. la macchina ribaltante fabbrica-ectoplasmi;
    5. la perdita di senso.

NOTE


(1) Cfr. I.CALVINO, Lezioni americane.
(2) Perdonatemi se qui tralascio un enorme caso che va in senso contrario: Umberto Eco. Se possibile, ci ritornerò sopra un'altra volta.
(3) Con un'ardita metafora, direi che si scrive ormai solo a pezzi e si legge a cocci.
(4) E questa storia non può certo suonare nuova. A ben vedere si tratta di un punto nodale di una nota parabola: la parabola dela letteratura americana, o almeno di quella grande tradizione che si riconosce nei nomi di Fitzgerald, di Hemingway, di Kerouac. Vi trovano posto tutti coloro che hanno conosciuto la fama e la bella vita e che poi sono diventati fragili come un piatto crepato (F.SCOTT FITZGERALD, Scritti dell'età del jazz), o come coloro che soffiano in un anello sperando di trovare resistenza.
(5) B.E.ELLIS, Le regole dell'attrazione.

Scritto da: 5555555555 alle ore 03:44 | link | commenti (29) | categoria: appunti, letteratura, saggi, prosa, critica, quaderno

Commenti
#1   13 Giugno 2007 - 03:54
 
NOTA DELL'AUTORE: Parte di quest'intervento la si deve ad un proficuo scambio di battute con tal bg.

Vi porgo i miei omaggi, naviganti.

Il vostro amato (?) V.
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#2   13 Giugno 2007 - 13:00
 
Per quel che mi riguarda la scomparsa dell'autore nella narrazione non è necessariamente un problema: l'identificazione dell'autore come qualcosa di separato dal lettore e dal fruitore d'arte è uno dei motivi per i quali è nata un'industria culturale e quindi un modo di scrivere frenetico, industriale appunto. Per quanto concerne i tempi di fruizione e delle narrazioni, condivido con te il senso d'inquietudine che mi assale. Ma è per questo che scegliamo di lavorare con lentezza, no?
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#3   13 Giugno 2007 - 13:26
 
@Sleeping: Già Sleeping, già. Comunque sulla scomparsa dello scrittore, se c'è il "positivo" che dicevi tu, c'è anche il problema che oggi, a parte qualche caso fortunato, è difficile trovare uno che viva solo di quello. Cioè gli scrittori non hanno più tempo per scrivere e la cosa quantomeno mi perplime.
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#4   13 Giugno 2007 - 20:02
 
Allora non sono l'unica scema che trova tutto questo "presto" insopportabile e ogni tanto pretende il tempo per vivere :)

Magari un giorno sarà addirittura superfluo leggere per assimilare i concetti, verrà applicata una comoda porta usb sulla spina dorsale della gente tramite la quale si possono sparare le informazioni direttamente nel cervello... intanto io in libreria ci vado ancora e penso che comincerò a leggere Ellis...
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#5   13 Giugno 2007 - 20:53
 
@Leilani: io sono lento per natura e certe cose mi riescono facili. Tipo sedermi in poltrona o sul dondolo e mettermi a leggere. Purtroppo non credo che le cose cambieranno: finita ance questa specializzazione bisognerà vedere che fare e lì sì che dovrò cominciare a leggere di meno...E su Ellis mi sento di dare la mia benedizione
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#6   14 Giugno 2007 - 17:12
 
Avviso i signori naviganti che questo post non contiene giudizi di valore.
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#7   14 Giugno 2007 - 17:16
 
Purtroppo rientro in parte nella categoria dei fruitori che trascurano la lettura.Per potermi laureare PRESTO il mio comodino contiene (fisicamente,dico.nessuna metafora)una pila di libri che attendono di essere presi in considerazione.Li sto maltrattando,e sto maltrattando me.Spero solo che non si vendichino,un giorno di questi,chè io li amo,ma mi devo laureare PRESTO.
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#8   14 Giugno 2007 - 19:45
 
@saltonelvuoto: tranquilla, si vendicherebbe solo Proust
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#9   14 Giugno 2007 - 20:31
 
Il paradosso è che campiamo assai più di un tempo, eppure lo facciamo con una rapidità assai maggiore. Eco è un caso a parte credo proprio per diletto e per esperimento. Essendo uno degli studiosi del testo, si propone di rovesciarne qualche aspetto moderno anche per valutare che effetto fa.
Ellis invece me lo citi per l'unico suo libro che non ho letto :D
Ma ho visto il film, che a quanto deduco ora rispecchia la struttura, ottimamente (recupererò a breve, il lavoro non tange le letture, per ostinazione).
Quanto al resto, sì, anche se non contiene giudizi di valore.
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#10   15 Giugno 2007 - 00:21
 
Si scrive molto e lo si fa velocemente...
Si legge poco, e sempre e comunque lo si fa a rilento...
Mi sembra che i blog siano il sunto, la perfetta espressione di questo interessante concetto che condivido, senza per questo (naturalmente) escludermi(pur guardandomi dal fregiarmi del titolo di scrittrice) dal frenetico manipolo di scribacchini, che come eiaculatori precoci, parlano di niente, per di più male e...in fretta.
Nessuno (sebbene sia piacevole imbattersi in qualche rara eccezione) è esente, siamo come quelli che parlano solo di sesso, perchè di fatto, non scopano.
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#11   15 Giugno 2007 - 02:43
 
@Todomodo: Annuisco. Tuttavia credo che il film qualcosa di diverso ce l'abbia (ho sentito un'intervista allo stesso Ellis in cui l'autore americano si diceva rammaricato del fatto che Avary non avesse usato la sceneggiatura originale).

@bloodandhoney: spero di poter rientrare nell'ambito di queste eccezioni

p.s. grazie per avermi linkato...
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#12   15 Giugno 2007 - 16:53
 
Dimmi tu se non è inquietante:
http://555555.splinder.com/
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#13   15 Giugno 2007 - 18:23
 
Io non so cosa faranno gli altri, ma io volgio rallentare e leggere molto di più.. Bel post comunque complimenti
utente anonimo

#14   16 Giugno 2007 - 03:39
 
@occhidaorientale: è probabile che sia inquietante

@giuba47: Io ho rallentato molto, sto rallentando, quasi vicino allo stallo. Grazie mille per i complimenti
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#15   16 Giugno 2007 - 09:36
 
ricordi la recente pubblicità di Ambra che pubblicizzava non so quale collana di libri chiudendo con
"legi meno spesso" (in riferimento oltre al fattore temporale anche allo spessore fisico del libro?)

Ma che tristhezza (cit. "Santa Maradona")
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#16   16 Giugno 2007 - 14:19
 
LA CASA DELL'AGONIA

Il visitatore, entrando, aveva detto certamente il suo nome; ma la vecchia negra sbilenca venuta ad aprire la porta come una scimmia col grembiule, o non aveva inteso o l'aveva dimenticato; sicché da tre quarti d'ora per tutta quella casa silenziosa lui era, senza più nome, "un signore che aspetta di là".

Di là, voleva dire nel salotto.

In casa, oltre quella negra che doveva essersi rintanata in cucina, non c'era nessuno; e il silenzio era tanto, che un tic-tac lento di antica pendola, forse nella sala da pranzo, s'udiva spiccato in tutte le altre stanze, come il battito del cuore della casa; e pareva che i mobili di ciascuna stanza, anche delle più remote, consunti ma ben curati, tutti un po' ridicoli perché d'una foggia ormai passata di moda, stessero ad ascoltarlo, rassicurati che nulla in quella casa sarebbe mai avvenuto e che essi perciò sarebbero rimasti sempre così, inutili, ad ammirarsi o a commiserarsi tra loro, o meglio anche a sonnecchiare.

Hanno una loro anima anche i mobili, specialmente i vecchi, che vien loro dai ricordi della casa dove sono stati per tanto tempo. Basta, per accorgersene, che un mobile nuovo sia introdotto tra essi.

Un mobile nuovo è ancora senz'anima, ma già, per il solo fatto ch'è stato scelto e comperato, con un desiderio ansioso d'averla.

Ebbene, osservare come subito i mobili vecchi lo guardano male: lo considerano quale un intruso pretenzioso che ancora non sa nulla e non può dir nulla; e chi sa che illusioni intanto si fa. Loro, i mobili vecchi, non se ne fanno più nessuna e sono perciò così tristi: sanno che col tempo i ricordi cominciano a svanire e che con essi anche la loro anima a poco a poco si affievolirà; per cui restano lì, scoloriti se di stoffa e, se di legno, incupiti, senza dir più nulla nemmeno loro.

Se mai per disgrazia qualche ricordo persiste e non è piacevole, corrono il rischio d'esser buttati via.

Quella vecchia poltrona, per esempio, prova un vero struggimento a vedere la polvere che le tarme fanno venir fuori in tanti mucchietti sul piano del tavolinetto che le sta davanti e a cui è molto affezionata. Lei sa d'esser troppo pesante; conosce la debolezza delle sue corte cianche, specialmente delle due di dietro; teme d'esser presa, non sia mai, per la spalliera e trascinata fuor di posto; con quel tavolinetto davanti si sente più sicura, riparata; e non vorrebbe che le tarme, facendogli fare una così cattiva figura con tutti quei buffi mucchietti di polvere sul piano, lo facessero anche prendere e buttare in soffitta.

Tutte queste osservazioni e considerazioni erano fatte dall'anonimo visitatore dimenticato nel salotto.

Quasi assorbito dal silenzio della casa, costui, come vi aveva già perduto il nome, così pareva vi avesse anche perduto la persona e fosse diventato anche lui uno di quei mobili in cui s'era tanto immedesimato, intento ad ascoltare il tic-tac lento della pendola che arrivava spiccato fin lì nel salotto attraverso l'uscio rimasto semichiuso.

Esiguo di corpo, spariva nella grande poltrona cupa di velluto viola sulla quale s'era messo a sedere. Spariva anche nell'abito che indossava. I braccini, le gambine si doveva quasi cercarglieli nelle maniche e nei calzoni. Era soltanto una testa calva, con due occhi aguzzi e due baffetti da topo.

Certo il padrone di casa non aveva più pensato all'invito che gli aveva fatto di venirlo a trovare; e già più volte l'ometto si era domandato se aveva ancora il diritto di star lì ad aspettarlo, trascorsa oltre ogni termine di comporto l'ora fissata nell'invito.

Ma lui non aspettava più adesso il padrone di casa. Se anzi questo fosse finalmente sopravvenuto, lui ne avrebbe provato dispiacere.

Lì confuso con la poltrona su cui sedeva, con una fissità spasimosa negli occhietti aguzzi e un'angoscia di punto in punto crescente che gli toglieva il respiro, lui aspettava un'altra cosa, terribile: un grido dalla strada: un grido che gli annunziasse la morte di qualcuno; la morte d'un viandante qualunque che al momento giusto, tra i tanti che andavano giù per la strada, uomini, donne, giovani, vecchi, ragazzi, di cui gli arrivava fin lassù confuso il brusìo, si trovasse a passare sotto la finestra di quel salotto al quinto piano.

E tutto questo, perché un grosso gatto bigio era entrato, senza nemmeno accorgersi di lui, nel salotto per l'uscio semichiuso, e d'un balzo era montato sul davanzale della finestra aperta.

Tra tutti gli animali il gatto è quello che fa meno rumore. Non poteva mancare in una casa piena di tanto silenzio.

Sul rettangolo d'azzurro della finestra spiccava un vaso di gerani rossi. L'azzurro, dapprima vivo e ardente, s'era a poco a poco soffuso di viola, come d'un fiato d'ombra appena che vi avesse soffiato da lontano la sera che ancora tardava a venire.

Le rondini, che vi volteggiavano a stormi, come impazzite da quell'ultima luce del giorno, lanciavano di tratto in tratto acutissimi gridi e s'assaettavano contro la finestra come volessero irrompere nel salotto, ma subito, arrivate al davanzale, sguizzavano via. Non tutte. Ora una, poi un'altra, ogni volta, si cacciavano sotto il davanzale, non si sapeva come, né perché.

Incuriosito, prima che quel gatto fosse entrato, lui s'era appressato alla finestra, aveva scostato un po' il vaso di gerani e s'era sporto a guardare per darsi una spiegazione: aveva scoperto così che una coppia di rondini aveva fatto il nido proprio sotto il davanzale di quella finestra.

Ora la cosa terribile era questa: che nessuno dei tanti che continuamente passavano per via, assorti nelle loro cure e nelle loro faccende, poteva andare a pensare a un nido appeso sotto il davanzale d'una finestra al quinto piano d'una delle tante case della via, e a un vaso di gerani esposto su quel davanzale, e a un gatto che dava la caccia alle due rondini di quel nido. E tanto meno poteva pensare alla gente che passava per via sotto la finestra il gatto che ora, tutto aggruppato dietro quel vaso di cui s'era fatto riparo, moveva appena la testa per seguire con gli occhi vani nel cielo il volo di quegli stormi di rondini che strillavano ebbre d'aria e di luce passando davanti la finestra, e ogni volta, al passaggio d'ogni stormo, agitava appena la punta della coda penzoloni, pronto a ghermire con le zampe unghiute la prima delle due rondini che avrebbe fatto per cacciarsi nel nido.

Lo sapeva lui, lui solo, che quel vaso di gerani, a un urto del gatto, sarebbe precipitato giù dalla finestra sulla testa di qualcuno; già il vaso s'era spostato due volte per le mosse impazienti del gatto; era ormai quasi all'orlo del davanzale; e lui non fiatava già più dall'angoscia e aveva tutto il cranio imperlato di grosse gocce di sudore. Gli era talmente insopportabile lo spasimo di quell'attesa, che gli era perfino passato per la mente il pensiero diabolico d'andar cheto e chinato, con un dito teso, alla finestra, a dar lui l'ultima spinta a quel vaso, senza più stare ad aspettare che lo facesse il gatto. Tanto, a un altro minimo urto, la cosa sarebbe certamente accaduta.

Non ci poteva far nulla.

Com'era stato ridotto da quel silenzio in quella casa, lui non era più nessuno. Lui era quel silenzio stesso, misurato dal tic-tac lento della pendola. Lui era quei mobili, testimoni muti e impassibili quassù della sciagura che sarebbe accaduta giù nella strada e che loro non avrebbero saputa. La sapeva lui, soltanto per combinazione. Non avrebbe più dovuto esser lì già da un pezzo. Poteva far conto che nel salotto non ci fosse più nessuno, e che fosse già vuota la poltrona su cui era come legato dal fascino di quella fatalità che pendeva sul capo d'un ignoto, lì sospesa sul davanzale di quella finestra.

Era inutile che a lui toccasse quella fatalità, la naturale combinazione di quel gatto, di quel vaso di gerani e di quel nido di rondini.

Quel vaso era lì proprio per stare esposto a quella finestra. Se lui l'avesse levato per impedir la disgrazia, l'avrebbe impedita oggi; domani la vecchia serva negra avrebbe rimesso il vaso al suo posto, sul davanzale: appunto perché il davanzale, per quel vaso, era il suo posto. E il gatto, cacciato via oggi, sarebbe ritornato domani a dar la caccia alle due rondini.

Era inevitabile.

Ecco, il vaso era stato spinto ancora più là; era già quasi un dito fuori dell'orlo del davanzale.

Lui non poté più reggere; se ne fuggì. Precipitandosi giù per le scale, ebbe in un baleno l'idea che sarebbe arrivato giusto in tempo a ricevere sul capo il vaso di gerani che proprio in quell'attimo cadeva dalla finestra.
L. Pirandello

la "terza donna"

utente anonimo

#17   16 Giugno 2007 - 16:49
 
@bellallegria: ricordo, ricordo, ahimé...

@la "terza donna": cercherò di camminare sempre a testa alta, anche perché sul mio capo il vaso di gerani arriverebbe più in fretta.
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#18   16 Giugno 2007 - 17:27
 
Dovrò mettermi al lavoro con la lettura, allora. A breve saprò dirti qualcosa di più sul confronto (ma solitamente sì, Ellis al cinema è un po' massacratuccio).
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#19   16 Giugno 2007 - 17:43
 
@todomodo: a me Ellis, invece, come si capisce, non dispiace affatto
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#20   16 Giugno 2007 - 18:50
 
sulla fretta mi viene in mente una storiella scema: due persone che non si conoscono s'incontrano in ascensore; una dice "scopiamo?", l'altra risponde "Sì, a casa mia o a casa tua?", la prima scuote la testa "lasciamo stare, sei troppo complicata". Ultimamente ho letto Buran, diffuso da Herzog (sinelink), che raccoglie scritture da tutto il mondo. Beh, quello che mi ha colpito è che le scritture bene o male hanno tutte un timbro comune - come se gli scrittori più letti, che so Foer, Hornby, Roth, Ellis ;) avessero diffuso un germe che si sviluppa planetariamente e condiziona il movimento dei polpastrelli sulla tastiera. Umh, poveri Baricco e Moccia, tutti a dargli addosso, tanto tra vent'anni la critica colta li rivaluterà come ha fatto con Alvaro Vitali e Lino Banfi nella commedia italiana degli anni Settanta. La perdita di senso è una costante del romanzo moderno e coincide, o segue, o consegue, dalla crisi dei fondamenti che ha salvato tanti scrittori dal suicidio. Più difficile, semmai, è far risaltare la perdita di senso anche nella felicità, costruire cioè personaggi felici e privi di fondamento. La sofferenza è già di per sé una macchina mangia-senso, la felicità no, ma hanno la stessa matrice. Non so se si vede ma ho fretta, fretta!
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#21   16 Giugno 2007 - 18:54
 
@Tez: è tutto molto divertente. Ovviamente io citato Baricco e Moccia non per snobismo, ma perché ho provato a leggere qualcosa ma ritengo impossibile farlo, io pure che sono riuscito a digerire Croce. Moccia dopo le prime tre parole mi ha datto allo stomaco e Baricco, per quanto ne so, ha forse azzeccato solo Novecento. Ma ovviamente, de gustibus
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#22   16 Giugno 2007 - 19:55
 
Moccia non l'ho letto, salvo qualche riga del suo ultimo romanzo in anteprima su Il Messaggero che non mi ha fatto venire voglia di comprarne il libro, ma il suo target è adolescenziale e questo mi mette fuori gioco (certo, c'è da considerare che una volta lo scrittore dei "pischelli" era Hesse, umh). Baricco non so, ho letto solo un libro di cui non ricordo il titolo e l'ho trovato espressivo come il dorso di una vanga (ma qui per espressivo non so bene cosa intendo, è una sorta di botta allo stomaco e non implica un giudizio sulle sue capacità di scrittura).
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#23   16 Giugno 2007 - 20:34
 
@Tez: mi trovi assolutamente d'accordo..
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#24   19 Giugno 2007 - 17:10
 
commento di nuovo lo stesso post per fare una rettifica.per evitare che i libri nella notte mi divorassero(insieme ai miei sensi di colpa)ne ho letto uno.tutto d'un fiato.son tornata a leggere.
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#25   19 Giugno 2007 - 17:43
 
@salto nel vuoto: bene...e di che libro si tratta?

V.
utente anonimo

#26   21 Giugno 2007 - 02:04
 
Anche se non so a chi sto rispondendo lo dico lo stesso:"è stato un attimo" di sandrone dazieri.molto carino.
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#27   21 Giugno 2007 - 20:40
 
@salto nel vuoto: non sai?
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#28   01 Luglio 2007 - 16:34
 
che piacere fare la tua conoscenza, V.
è una bella combinazione che io proprio in questi giorni abbia visto VperVendetta...è un piacevole corrispondente che io stia sentendo precisamente in maniera sconvolgente il peso, l'attrito, la resistenza della FRETTA che mi toglie il tempo di godere del fatto che esisto...
bello questo posto e bello questo post
:-)
a bien tot
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#29   02 Luglio 2007 - 19:49
 
@runningstill: Benvenuta..
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"Era la mia integrità che mi importava. È così egoistico? è a buon mercato, però è tutto ciò che ci resta. È l'ultimo centimetro di noi che ci resta... ma in quel centimetro siamo liberi. Morirò qui. Ogni centimetro di me perirà... tranne uno. Un centimetro. È piccolo, è fragile ed è l'unica cosa al mondo che vale la pena d'avere. Non dobbiamo perderlo, o venderlo, o cederlo. Non dobbiamo permettere loro di portarcelo via" (Valerie)

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