"La grande notte disordinata e tiepida
che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
XXIV
In questi giorni, ho provato a familiarizzare con l'idea di dover scrivere una tesi di laurea specialistica, ma l'unica cosa che ho capito è che non ho ancora chiare le linee di sviluppo di un tale progetto; ho cominciato però a raccogliere degli appunti e delle note che vi proporrò, da oggi, con una certa frequenza. Spero ciò possa rappresentare, almeno per me, un utile esercizio di chiarificazione.
§1. La fisica, fino all'inizio del '900, forse con l'unica eccezione di Boltzmann, agisce su uno sfondo materialistico, più o meno ingenuo a seconda dei singoli casi: quello che si trova in teoria deve trovarsi, in qualche modo, anche nella realtà. La meccanica quantistica, invece, ancor più della teoria della relatività, pone in maniera radicale un problema a questo materialismo poiché, per via delle sue previsioni, vengono sconvolti dei veri e propri dogmi (per esempio il concetto di traiettoria), o comunque, dei concetti che sono alla base di quel materialismo e la cui critica deve per forza mettere in dubbio le assunzioni dello stesso. Alla luce di questa situazione, Heisenberg prova a cambiare prospettiva e a non considerare come punto di partenza, come primo dato fondamentale, la materia, ma la forma matematica determinante la materia (riferendosi qui esplicitamente a Platone), forma che deriva dalla domanda circa la possibilità di scomporre in parti sempre più piccole la materia stessa. Il che gli permette di risolvere, o quantomeno di aggirare, parecchi problemi di coerenza interna dei presupposti filosofici della fisica.
Ora restano due ordini di problemi: a) che cosa hanno inteso i fisici per materia? E' possibile ammettere che sia universalmente valida l'equazione materia=mera estensione? b) la metodologia scientifica può davvero essere così paragonabile ad una dialettica della divisione come è quella platonica? E come deve esprimersi un risultato di tale dialettica?