"La grande notte disordinata e tiepida
che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
XXVII
§1.11 La questione delle idee attraversa tutto il pensiero platonico. Nel complesso, ci si può riferire quasi certamente ad una teoria (Cfr. F.FERRARI, L'enigma del Parmenide). Deleuze ha delineato molto bene quello che è il suo scopo interno: la “selezione”. C'è però anche uno scopo esterno, ed esso va ricercato nel problema della possibilità dell'esperienza (Cfr. P.NATORP, Dottrina platonica delle idee). Nel Parmenide, per esempio, il problema di questa possibilità (vedi anche PROCLO, Commento al “Parmenide”) viene affrontato partendo dalle aporie in cui incorre la concezione eleatica della predicazione. Possiamo formularlo come segue: può una cosa essere, allo stesso tempo, "simile" e "dissimile"? La sua esplicitazione deriva dal primo dei quaranta argomenti di Zenone contro il molteplice: se, infatti, il molteplice è (ει πολλά έστι τα οντα) , allora si ammette una differenza tra gli enti che sono, differenza che però ricade su se stessa, in quanto diventa la caratteristica che quegl'enti hanno in comune: cioè, diventano simili per quella differenza e sono, a un tempo, simili e dissimili (simili in quanto hanno in comune l'essere dissimili e dissimili in quanto molteplici). Ma dietro ciò è il vero problema: la predicazione dell'attributo. Nella dottrina eleatica, la predicazione di un attributo identifica la cosa e ne esaurisce l'intera essenza. Dire quindi che x è “simile”, vuol dire che x è assolutamente “simile” e nient'altro (cioè è assolutamente non “dissimile”). La determinazione dell'unità dell'essere si scontra, secondo tale prospettiva, con derivazioni contraddittorie.
È nell'ottica di fornire una soluzione a questa impasse cha va collocata la proposta platonica, almeno nella versione esposta nel Parmenide: spostare l' «esigenza di non-contraddittorietà» (Cfr. F.FERRARI, L'enigma del Parmenide) dalla molteplicità degli enti al mondo delle idee. Questo passaggio pone le idee su un diverso piano rispetto alle cose: difatti, esse sono da intendersi separate da queste ultime, le quali, come da postulato, intrattengono con le prime un rapporto di partecipazione. In questo modo, la partecipazione subentra alla predicazione attributivo-identificativa e permette di salvare capra e cavoli: l'unità della posta in gioco (l'essere) e la pluralità dei modi del gioco (gli enti). Vale a dire: può essere a un tempo un x “simile” e “dissimile”, se si ammette l'esistenza di una forma che non si identifichi con x ma che, come la predicazione eleatica, assorba su di sé l'intero senso del predicato (solo la Giustizia, l'Idea di giustizia, è assolutamente giusta). Ovvero: esiste un'idea di Simile e si può dire di un x che è “simile” se, in un certo modo, partecipa di questo Simile; tuttavia, ciò non toglie che lo stesso x possa, in altra guisa, partecipare anche del Dissimile. Ma la cosa che più ci interessa rimane questa: la separatezza dell'Idea attraverso cui rendere conto delle contraddizioni del molteplice (il reale: banalmente, ciò che l'esperienza trova nel mondo).