"La grande notte disordinata e tiepida
che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
XLII
Esattamente cinque anni fa, i suoi piedi toccarono il pavimento della stanza per l'ultima volta. Ricordo che andai a salutarlo come ogni mattina, e lo trovai in piedi. Mi accorsi sùbito di quanto fosse dimagrito ma non gli feci notare che l'avevo capito; non volevo che sapesse che io ero cosciente della sua progressiva debolezza – e mi chiesi se la vita non era altro che quello, quella progressiva debolezza. Mi fece gli auguri; io lo guardai e poi uscii di casa. Quella fu l'ultima volta in cui i suoi occhi mi diedero l'impressione di appartenere alla stessa persona che aveva calmato le mie febbri quando ero piccolo; quella fu l'ultima volta in cui i suoi occhi mi diedero l'impressione di appartenere a qualcosa di umano.
Lui poi è morto ad una velocità impressionante. Non mi ha nemmeno lasciato il tempo di rendermene conto. Il vero problema – mi ripeto oggi – è che la vita è una cosa improvvisa, e la morte è un colpo di dadi.