"La grande notte disordinata e tiepida che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
martedì, 19 febbraio 2008
L

"Platone è mio amico, ma la verità è ancora più mia amica"

Aristotele

Sono venuto a conoscenza, spulciando qua e là in rete, che dell'edizione Aldina dell'opera platonica - datata 1513 - è andato perduto un testo di cui non ci rimangono che pochi frammenti. Ne riporto, di seguito, qualche stralcio da me ritradotto, nella speranza di fare cosa gradita a molti.

- Non credi, o Cefalo, che due punti separati, se colti una volta sotto lo stesso sguardo, non formino una retta? E che cos'è una retta se non la distanza di due punti? (...)
- Dici bene Socrate.
- E non credi che se il punto sia davvero uno, allora, a suo modo, anche la retta, come ente formato da tanti punti, sia una?
- Lo credo.
- E non credi, però, che, proprio perché formata da tutti questi punti, questa retta sia anche molti?
- Certo.
- E come ammetteremo, allora, la possibilità che il punto sia nella retta se quest'ultima e il punto non sono omologhi? (...)
- Se l'essere e l'uno sono dunque diversi, come vuole Parmenide, come potremo dire che l'uno è, ossia che è il punto? E come potremo anche dire che è la retta una, se uno non è? (...)
- (...) L'essere è allora la distanza dell'uno dal numero. Che possibilità hai di dire il numero se non dici l'essere, e prima di esso l'uno?
- Nessuna.
- E che cos'è ancora la distanza, se non il supplizio di un amante in pena? E che cos'è la distanza se non il desiderio di un ricongiungimento? L'uno è infatti l'amore del numero (...)
- (...) La retta non è altro che il punto. E' uno lo sguardo che coglie la retta, ma due quello che coglie l'uno, e unico è il soffio dell'amore.
Scritto da: 5555555555 alle ore 01:35 | link | commenti (9) | categoria: riflessioni, racconti, filosofia, esercizi di stile, saggi, prosa

Commenti
#1   19 Febbraio 2008 - 01:57
 
"Ne riporto, di seguito, qualche stralcio da me ritradotto, nella speranza di fare cosa gradita a molti."

Com'è raffinato e snob quest'approccio filologico!
Mi congratulo.
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#2   20 Febbraio 2008 - 12:01
 
bellissimo
utente anonimo

#3   20 Febbraio 2008 - 13:59
 
Un cadeau veramente gradito.
Complimenti :)
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente GenerALEinverno

#4   21 Febbraio 2008 - 14:59
 
@occhidaorientale: sì, sì, son proprio snob.

@laservalaser: grazie ;)

@GenerALEinverno: Grazie grazie.
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#5   23 Febbraio 2008 - 15:19
 
è bizzarro come la casualità frattaleggiante e se vogliamo un pò Gaussiana, dei nostri pensieri, vada a sottoporre agli ancestrali baluardi della nostra mente, le giuste parole nell'immediato istante.

ma fortunatamente Banach, se non Euclide, ci dimostrano come la distanza si del tutto funzione della norma...

lascio a te stabilire quale di queste adottare...
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#6   25 Febbraio 2008 - 15:08
 
In primis, ottima idea. Secondariamente, quanto è elevata e copiosa la perdita di conoscenza che ci portiamo come tara dalla classicità a oggi? Tanto abbiamo trovato, molto più abbiamo perso.
Terzo, mi par, questo discorso, così attuale, nel descrivere la contemporaneità, da farmi venir i brividi, seppure irrazionalmente.
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Todomodo

#7   25 Febbraio 2008 - 17:00
 
@Quanto: in genere mi distacco normativamente.

@Todomodo: Abbiamo perso molto, davvero tantissimo: ci sono intere biblioteche, sconfinati saperi, che abbiamo perso nel tempo. La memoria dell'uomo è difettosa e marginale. Direi quasi, però, che per sopravvivere, per andare avanti, l'uomo è costretto a dimenticare.
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#8   26 Febbraio 2008 - 11:02
 
a tal proposito sarebbe ben da recuperare anche quell'altro frammento, platonico eziandio ovvero platonante, quello trivulziano, intendo, in cui si ragiona di come il paese delle idee sia da raggiungere con due gambe ("tale è infatti la sorte dei paesi, e di chi ci va", soggiunge l'arguto socratico), e la prima si è la gamba buona, e la chiamano memoria; e l'altra è la zoppa, e vien detta oblivione o, secondo altrimenti s'insinuò, "obblivione", laonde il genere diverrebbe maschile, ed il numero plurale, e la guisa quella d'una nube molesta di mosche: i sonori obblivioni, amici degli acquitrini e vessatori del viandante.
utente anonimo

#9   16 Marzo 2008 - 07:58
 
@laservalaser: giuro che non so ancora come rispondere a tutto questo.
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"Era la mia integrità che mi importava. È così egoistico? è a buon mercato, però è tutto ciò che ci resta. È l'ultimo centimetro di noi che ci resta... ma in quel centimetro siamo liberi. Morirò qui. Ogni centimetro di me perirà... tranne uno. Un centimetro. È piccolo, è fragile ed è l'unica cosa al mondo che vale la pena d'avere. Non dobbiamo perderlo, o venderlo, o cederlo. Non dobbiamo permettere loro di portarcelo via" (Valerie)

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