"La grande notte disordinata e tiepida che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
mercoledì, 06 agosto 2008
LXI

“ (…) io una volta passando feci un segno in un punto dello spazio, apposta per poterlo ritrovare duecento milioni d’anni dopo, quando saremmo ripassati di lì al prossimo giro. Un segno come? È difficile da dire perché se vi si dice segno voi pensate subito a un qualcosa che si distingue da un qualcosa, e lì non c’era niente che si distinguesse da niente; voi pensate subito a un segno marcato con qualche arnese oppure con le mani, che poi l’arnese o le mani si tolgono e il segno invece resta, ma a quel tempo arnesi non ce n’erano ancora, e nemmeno mani, o denti, o nasi, tutte cose che si ebbero poi in seguito, ma molto tempo dopo. La forma da dare al segno, voi dite non è un problema perché, qualsiasi forma abbia, un segno basta serva da segno, cioè sia diverso oppure uguale ad altri segni: anche qui voi fate presto a parlare, ma io a quell’epoca non avevo esempi a cui rifarmi per dire lo faccio uguale o lo faccio diverso, cose da copiare non ce n’erano, e neppure una linea, retta o curva che fosse, si sapeva cos’era, o un punto, o una sporgenza o rientranza. Avevo l’intenzione di fare un segno, questo sì, ossia avevo l’intenzione di considerare segno una qualsiasi cosa che mi venisse fatto di fare, quindi avendo io, in quel punto dello spazio e non in un altro, fatto qualcosa intendendo di fare un segno, risultò che ci avevo fatto un segno davvero”.

ITALO CALVINO

In questo passo, anche se non se ne parla esplicitamente, è di linguaggio che si sta trattando. Il problema è quello della significazione: che tipo di invenzione è? Da dove nasce? Come è stato possibile creare qualcosa che rimandasse a qualcos’altro e che non fosse semplicemente ciò che era?
La risposta di Calvino a questi interrogativi è chiara: la significazione è un’invenzione spuria, nel senso che non appartiene al linguaggio; piuttosto, quest’ultimo è un prodotto relativamente tardo dell’evoluzione di un essere dotato di ragione, che ha, ad un certo punto della sua storia, messo in atto questa possibilità di parlare. Inoltre, ed è questa la cosa più importante, Calvino risponde decisamente alla terza domanda che ponevamo dicendo che è in un’ intenzione più o meno originaria che bisogna ricercare il principio di ogni significazione.
La significazione, e quindi la possibilità di avere linguaggio, nascono per l’uomo a partire da un atto intenzionale col quale egli stabilisce che qualcosa ha valore come un segno. La prospettiva è molto interessante poiché lega in maniera peculiare Calvino a Nietzsche: anche secondo quest’ultimo, infatti, la nascita del linguaggio è ascrivibile ad un’esigenza dell’uomo che si tramuta nella convenzione di dare il nome ad una cosa, e tutto sommato quindi nell’ intenzione di nominare una cosa col suo nome piuttosto che con un altro (questo tipo di posizione poi porterà Nietzsche a pensare che l’atto di nominare potesse dipendere da un determinato rapporto di forze). Sotto questo punto di vista, “Un segno nello spazio”, la cosmicomica da cui citiamo, potrebbe essere letta come un tentativo di genealogia del processo di significazione che dà vita al linguaggio: tant’è vero che Calvino prova a delineare sia un’origine storica di tale processo, narrando tutte le vicende che riguardano il povero Qfwfq, impegnato in una vera e propria odissea nello spazio del linguaggio, sia un’ origine di principio, ritrovando precisamente quest’ultima, come dicevamo, in un fatto della volontà.
E va inoltre sottolineato come l’esito di tale genealogia sia nichilistico: esito che si preannuncia allorquando “il vivere tra i segni” porta “a vedere come segni le innumerevoli cose che prima stavano lì senza segnare altro che la propria presenza”, trasformandole in segni di sé stesse. In sostanza, moltiplicando all’infinito i segni, essi perdono la loro funzione poiché niente più devono segnare se tutto diventa segno: se il segno è infatti un punto di riferimento per perlustrare l’infinito spazio del linguaggio, se tutto diventa segno, niente più lo è, e persino questo spazio entro cui il linguaggio si muove risulta annullarsi, poiché indipendentemente dai segni lo spazio della significazione non esiste.
Dunque: senza segni niente linguaggio. Ma ancora meglio: c’è linguaggio solo se c’è già l’uomo, e non viceversa.
Scritto da: 5555555555 alle ore 16:46 | link | commenti (4) | categoria: riflessioni, appunti, filosofia, saggi, prosa

Commenti
#1   16 Agosto 2008 - 03:32
 
Il passo è magistrale.
Nonostante la chiarezza e la validità del tuo commento, forse lo avrei preferito nudo.

Ad ogni modo, complimenti. Ad entrambi.

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#2   16 Agosto 2008 - 14:36
 
@bellallegria: Grazie. Eh, eh. Ne abbiamo già parlato di questa cosa quindi non mi dilungo XD
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#3   16 Agosto 2008 - 14:39
 
Dai, dilunghiaaaaaaamoooooociiiii ancoooora

Ne risulterà tutto spoetizzato :-)
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#4   17 Agosto 2008 - 02:29
 
@bellallegria: -_-
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