"La grande notte disordinata e tiepida
che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
LXIX
Eternal sunshine of the spotless mind #3
Erano le due e ventiquattro del sette settembre duemilaotto. Mario stava imboccando la statale 18 con la sua Renault Clio. Prese la curva molto stretta e man mano che procedeva sulla rampa del raccordo vedeva la luna sempre più grande, ma bassa, bassa come se stesse consumando una sorta di incontro con la terra. Naturalmente, pensò, quanto stava accadendo avrebbe dovuto tenerlo per sé.
Dick Bosch viveva in un appartamento a Berliner Straße. Aveva un canarino e un compagno di stanza italiano, un tale che aveva lasciato l’università dopo l’erasmus e aveva deciso di stabilirsi definitivamente in Germania. Mangiava tutte le sere il kebab da Hamit e andava a dormire sempre alle quattro del mattino, anche se doveva alzarsi alle sette. Certo, voi direte “facile”, dato che poteva permetterselo perché non gli capitava mai di avere per più di due giorni consecutivi lo stesso lavoro o che, se ce l’aveva, faceva in modo di lavorare di notte o al massimo nel pomeriggio; ma lui vi avrebbe detto che erano solo fatti suoi.
Così come vi avrebbe detto che erano affari suoi se a ventotto anni il sesso non gli interessava affatto.
Remo aveva capito che era molto importante non prendersi troppo sul serio. La demistificazione programmata e pervicace della propria persona era, come tutti quelli che lo conoscevano potevano testimoniare, uno dei capisaldi della sua filosofia: pensava che ridere di sé stessi fosse necessario quanto respirare o vivere, tanto che era giunto a considerare l’ironia – e quella particolare forma di ironia che è l’autoironia – come il primo e fondamentale significato dell’essere. Spesso, poi, si vantava di aver capito che bisognava vivere come se ogni giorno fosse stato il primo: credeva, difatti, che vivere ogni giorno come se fosse stato l’ultimo gli avrebbe recato un’infinita e paralizzante tristezza.