"La grande notte disordinata e tiepida
che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
LXXIV
Le notti inutili
«Queste sono soltanto ombre delle cose che sono state», disse lo Spettro.
«Non si accorgono affatto di noi.»
CHARLES DICKENS
Rocco Spinnici viveva a sud di Londra, in un piccolo ma delizioso appartamento che si era comprato con i risparmi di dieci anni. Aveva un gatto che aveva chiamato Budino e un cactus che aveva chiamato Spillo. Mangiava spesso cinese e aveva una vestaglia da camera color blu notte. E viveva da solo.
Lavorava come barman in uno dei più esclusivi night della città; quella che avrebbe dovuto essere una sistemazione provvisoria da cameriere, si era trasformata in una scelta per la vita di servire superalcolici a dei cazzoni di vent’anni che avevano una paghetta ben superiore al suo conto in banca. Questa cosa gli procurava non poco fastidio. Per la verità questa forse era anche l’unica cosa che gli dava fastidio nel vero senso della parola.
A differenza di quello che potreste immaginare, infatti, Rocco non coltivò mai una vera e propria vita sociale, nonostante il suo lavoro avrebbe come minimo dovuto fargli conoscere dieci persone ogni sera. Sì, perché anche se pensate che quando la gente è seduta al bancone di un bar e tu le servi dell’alcol sarebbe capace di dirti qualunque cosa, anche il segreto più schifoso della sua esistenza, non è a lui che dovete pensare come confessore, perché lui aveva la faccia sbagliata. Intendiamoci, non che avesse qualche difetto fisico di particolare rilievo, ma era l’intero viso, la sua espressione scorbutica e al tempo stesso così fredda tanto da riuscire a celare persino questa scontrosità, a renderlo inadatto al ruolo del confidente.
Non parlava con nessuno di niente. Nonostante il suo inglese fosse ormai ottimo e riuscisse a capire anche quello che le persone si dicevano sui treni, Rocco non aveva alcun interesse per gli altri esseri umani. Sembrava venire da qualche lontano e sperduto pianeta alieno abitato da replicanti senza emozioni.
E poi lui quella notte se la ricordava bene. Pioveva e c’era la nebbia. Guardava scorrere il tempo dalla finestra, anche se non avrebbe saputo dire bene in quale direzione. Dietro ad un vetro il passato ed il presente si equivalgono. Il fantasma del Natale passato dice infatti che tutte le persone del nostro passato hanno la stessa faccia. La cosa gli fu rivelata da una luce improvvisa. Era la vigilia di Natale, e lui si era accorto che la solitudine era stata soltanto la soluzione più semplice.