"La grande notte disordinata e tiepida che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
venerdì, 14 novembre 2008
LXXI

Lettera aperta all’Italia che muore

È terribile morire di sete in mezzo al mare.
Dovete voi dunque salare subito tanto la vostra
verità che essa non estingue più la sete?

FRIEDRICH W. NIETZSCHE

Francamente, se la 133 viene ritirata la vostra condizione
di fondo non cambia. E’ questa condizione che dovete cambiare.

SERGIO BOLOGNA

Cara Italia,

Ho più di vent’anni e anche meno di venticinque. Sono troppo giovane per morire ma abbastanza vecchio per rendermi conto di essere senza futuro.
Sono nella mia stanza, stasera, che guardo tutti questi libri che ho comprato negli ultimi anni. Ho speso tantissimi soldi: bancarelle, librerie, internet. Ne ho comprati davvero tanti, e molti li ho persino letti. Ora sto scrivendo una bella tesi di laurea in filosofia. Grazie Italia.
Perché mi hai permesso di scoprire la filosofia in un liceo di provincia. Perché mi hai dato un professore che mi ha fatto innamorare della filosofia. Che mi ha spiegato Platone, Aristotele e Hegel come meglio non poteva. Grazie Italia.
Perché mi hai dato la possibilità di iscrivermi ad una università. Sono 5 anni che vi studio quello che mi piace. Ho finito tutti gli esami in tempo e ho deciso di dedicare un anno a questa tesi. Sai che l’argomento su cui sto scrivendo lo studio da 3 anni? Grazie Italia.
Mi hai dato l’opportunità di crescere in un’istituzione fatiscente e declinante. In questi cinque anni ho dato esami su materie improponibili e ho dovuto sopportare gente che ai corsi è stata capace di dire che il “dionisiaco” di Nietzsche è come “il carnevale di Rio”. E come immaginerai, non mi riferisco a nessuno dei miei colleghi. Grazie Italia.
Perché mi hai fatto studiare in un’Università feudale. Con l’entrata in vigore del nuovo ordinamento hai permesso che si moltiplicassero ad libitum le cattedre, in sostanza non facendo altro che ratificare l’esistenza delle cosiddette baronie. Tutti gli ‘amici’ di Tizio e i gli ‘amici degli amici’ di Caio sono assurti al ruolo di magnifici luminari e, pur di permettere loro di fare qualcosa, hai creato cattedre di Storia della filosofia austroungarica degli anni zero. Invece di fare qualcosa contro questa prostituzione del sapere, hai preferito risolvere il problema svendendolo gratis. Grazie Italia.
Perché in una delle assemblee a cui ho partecipato, ho sentito un ‘precario della ricerca’ dire che ci avevano truffato. Che quando da piccoli ci dicevano che con lo studio saremmo arrivati lontano, be’, ci stavano raccontando una balla colossale. Ci hai preso in giro. Grazie Italia.
Hai permesso che Dario Farina perdesse un concorso per ricercatore a favore di un tizio che aveva ventotto pubblicazioni in meno. Hai lasciato che Dario Farina emigrasse. E come lui tanti altri. Grazie Italia.
Tu hai permesso che il valore sul mercato delle nostre lauree diventasse pari a zero. Hai deciso che dovevamo fare duecento master e settecento corsi e duemila concorsi per garantirci il precariato a vita. Sei riuscita a distruggere ogni speranza per le nostre vite con una politica economica selvaggia e vantaggiosa solo per pochi manager plenipotenziari. Grazie Italia.
Tu premi il nullafacentismo e il nepotismo. Tu preferisci le sofisticherie del potere al merito dell’intelligenza. Mi hai insegnato che chi va avanti nella ricerca è chi è protetto dal professore giusto. Mi hai insegnato che ai concorsi non vince quasi mai il migliore ma il più ‘adatto’. Mi hai insegnato che non vuoi opporti alla formazione di lobby del potere e che anzi ne incentivi la proliferazione e addirittura ne sancisci la legalizzazione. Grazie Italia.
Solo perché ho incontrato una persona che in questi anni mi ha ‘insegnato’ veramente qualcosa non posso ringraziarti. Un’istruzione di prima qualità, in un paese come il nostro, non dovrebbe essere l’eccezione, ma la regola. Grazie Italia, perché la mia formazione finirà nel vuoto.
E infine ancora grazie Italia, perché almeno sarò in buona compagnia.

P.S. Io domani non sarò a Roma con tutti gli altri. Io domani resto qui solo perché non sarebbe giusto partecipare ad una cosa così grande dopo essere mancato, di fatto, al piccolo. Sono mancato al fermento di questi giorni perché ho voluto scrivere e sacrificare il mio tempo a quello che ritengo l’ultimo atto d’amore verso la materia che con tanta passione ho studiato negli ultimi anni. E questo per un motivo molto semplice: perché dopo non potrò più studiare così.
Ma voglio dire a tutti quelli che hanno a cuore le sorti di questo paese, che il problema non è la Gelmini, e forse nemmeno Berlusconi. Berlusconi e la Gelmini sono solo una conseguenza di quello che la nostra storia ha prodotto in questi anni. Siamo noi che li abbiamo voluti.
Dobbiamo innanzitutto cambiare noi stessi – e questo a cominciare da chi scrive. Solo dopo potremo cominciare a pensare che si possa cambiare qualcosa di molto più importante.

In fede,
5555555555

                                           
Scritto da: 5555555555 alle ore 03:25 | link | commenti | categoria: politica, riflessioni, diario, prosa, autocritica, attualità, società, autobiografismi
mercoledì, 30 aprile 2008
LVII

Qualche tempo fa ho mandato un dattiloscritto ad una casa editrice nella speranza che fosse la volta buona. Ed è sempre così. Cioè, ogni volta che chiudo – o sono costretto a chiudere – un lavoro e lo mando a qualcuno, lo faccio sempre con la convinzione che sia la volta buona. Ma, come al solito, è andata buca. E allora ci rimango male ogni volta di più. Mi chiedo se valga la pena continuare a scrivere, soprattutto poesie, quanto possa essere giusto essere costretti a partecipare a concorsi pur di farsi notare, quanto possa essere utile buttare del tempo su un foglio alla ricerca della parola giusta, la parola che ti cambia il verso. Mi chiedo, infine, se ci sia davvero del talento nelle mie mani. O se sia giusto, anche per altre ragioni che non riesco ora a spiegarvi, farla finita qui.
Scritto da: 5555555555 alle ore 16:32 | link | commenti (7) | categoria: riflessioni, frammenti, autocritica, autobiografismi
venerdì, 11 aprile 2008
LIV

“Ciò che si fa per amore è sempre al di là del bene e del male”

Friedrich Wilhelm Nietzsche

Quale rapporto tra l’esigenza di un senso e un mondo reale, fatto di pietre e persone? Partirei da qui per spiegarvi quello che ho da dirvi oggi. Si tratta di un grosso problema metafisico che mi attanaglia da tempo, ma, nonostante questo, non vi dirò quasi nulla.
Noi siamo le persone che incontriamo. Io oggi sono stato una bambina che rideva. E anche un negro che veniva dall’Africa. Poi sono andato a pisciare ed ero un altro ancora. Poi sono stato di nuovo io e ho pensato che siamo soprattutto le persone che ci hanno cresciuto. Io sono mio nonno. E sono mia madre. Sono mio nonno anche se sono morto. Lo sono perché parlo come lui e perché leggo i libri così come li leggerebbe lui. Lo sono perché quando mi danno un bacio sulla guancia io faccio la sua stessa smorfia. E perché faccio retromarcia come lui. Ma sono anche come mia madre. E questo non va. Mia madre è una delle persone più forti che io abbia conosciuto. Ma anche una delle più deboli. Mia madre non ha amato molti uomini ma forse è riuscita ad amarli tutti nel modo sbagliato. Prendete mio padre: l’ha amato troppo, come si ama a vent’anni. E forse mio padre non l’ha amata abbastanza, come non si ama a vent’anni. Io l’ho vista soffrire per davvero: l’ho vista soffrire per trentacinque chili. E l’ho vista soffrire così tanto perché forse chi ama in quel modo è destinato a soffrire. Mettersi completamente nelle mani dell’altro, essere pronti a sacrificare tutto: lei in proposito dice che ama “annullandosi per l’altro”.
Io sono mia madre anche se lei si sbaglia quando dice che ho ereditato la sua “intelligenza”. Io di mia madre invece ho ereditato soprattutto la vocazione alla sofferenza. E anche quando cerco mio padre dentro di me, lo cerco come lo cercherebbe lei.
Scritto da: 5555555555 alle ore 05:23 | link | commenti (8) | categoria: riflessioni, diario, frammenti, esercizi di stile, flussi, prosa, autocritica
venerdì, 09 novembre 2007
XXXII

La fine del mondo (secondo foglio)

...non sono io quello che le risponde scodinzolando. Non sono io quello che prende a calci una bottiglia perché lei non gli risponde al cellulare e casomai lo spegne pure. Non sono io quello che si preoccupa di aver detto una parola fuori posto. Non sono io quello che ha timore di chiamarla troppo poco. Non sono io quello che poi dopo non riesce nemmeno a suonare uno stupido valzer sulla chitarra. Non sono io quello che medita di correre da lei appena può. Non sono io quello che non ha dormito per lei. Non sono io quello rannicchiato sul pavimento della sua camera con la testa sulle ginocchia e lo sguardo fisso nel vuoto. Non sono io quello che salta i pasti pensando che qualcun altro può averla. Non sono io quello che si precipita a casa sua nel bel mezzo della notte. Non sono io quello che le chiede di aspettare. Non sono io quello che le sussurra parole dolci all'orecchio in mezzo alla gente. Non sono io quello che pensa di essere la persona sbagliata. Non sono più io quello più forte. Non sono più io quello che si stordisce con litri di birra per mettere a freno la sua coscienza. Non sono più io quel bambino che rimprovera a suo padre un'assenza durata vent'anni. Non sono più io quello dalle poche parole. Non sono più io quello che guarda dal finestrino l'avvicendarsi delle stazioni. Non sono più io quello che pensa che potrebbe trattarsi solo di un grosso equivoco. Non sono più io quello che vince nonostante tutto. Non sono più io quell'infallibile calcolatore di emozioni. Non sono più io quel vuoto che mi riempiva. Non sono più io quello che di notte guarda la pioggia alla finestra. Non sono più io quello che arriva tardi agli appuntamenti. Non sono più io quello che non guarda mai dietro di sé. Non sono più io quello che pensa di essere la persona giusta. Non sono più io quello che scrivo.
Scritto da: 5555555555 alle ore 04:28 | link | commenti (17) | categoria: riflessioni, racconti, prosa, autocritica
Chi Sono
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"Era la mia integrità che mi importava. È così egoistico? è a buon mercato, però è tutto ciò che ci resta. È l'ultimo centimetro di noi che ci resta... ma in quel centimetro siamo liberi. Morirò qui. Ogni centimetro di me perirà... tranne uno. Un centimetro. È piccolo, è fragile ed è l'unica cosa al mondo che vale la pena d'avere. Non dobbiamo perderlo, o venderlo, o cederlo. Non dobbiamo permettere loro di portarcelo via" (Valerie)

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