"La grande notte disordinata e tiepida
che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
LXXI
Lettera aperta all’Italia che muore
È terribile morire di sete in mezzo al mare.
Dovete voi dunque salare subito tanto la vostra
verità che essa non estingue più la sete?
FRIEDRICH W. NIETZSCHE
Francamente, se la 133 viene ritirata la vostra condizione
di fondo non cambia. E’ questa condizione che dovete cambiare.
SERGIO BOLOGNA
Cara Italia,
Ho più di vent’anni e anche meno di venticinque. Sono troppo giovane per morire ma abbastanza vecchio per rendermi conto di essere senza futuro.
Sono nella mia stanza, stasera, che guardo tutti questi libri che ho comprato negli ultimi anni. Ho speso tantissimi soldi: bancarelle, librerie, internet. Ne ho comprati davvero tanti, e molti li ho persino letti. Ora sto scrivendo una bella tesi di laurea in filosofia. Grazie Italia.
Perché mi hai permesso di scoprire la filosofia in un liceo di provincia. Perché mi hai dato un professore che mi ha fatto innamorare della filosofia. Che mi ha spiegato Platone, Aristotele e Hegel come meglio non poteva. Grazie Italia.
Perché mi hai dato la possibilità di iscrivermi ad una università. Sono 5 anni che vi studio quello che mi piace. Ho finito tutti gli esami in tempo e ho deciso di dedicare un anno a questa tesi. Sai che l’argomento su cui sto scrivendo lo studio da 3 anni? Grazie Italia.
Mi hai dato l’opportunità di crescere in un’istituzione fatiscente e declinante. In questi cinque anni ho dato esami su materie improponibili e ho dovuto sopportare gente che ai corsi è stata capace di dire che il “dionisiaco” di Nietzsche è come “il carnevale di Rio”. E come immaginerai, non mi riferisco a nessuno dei miei colleghi. Grazie Italia.
Perché mi hai fatto studiare in un’Università feudale. Con l’entrata in vigore del nuovo ordinamento hai permesso che si moltiplicassero ad libitum le cattedre, in sostanza non facendo altro che ratificare l’esistenza delle cosiddette baronie. Tutti gli ‘amici’ di Tizio e i gli ‘amici degli amici’ di Caio sono assurti al ruolo di magnifici luminari e, pur di permettere loro di fare qualcosa, hai creato cattedre di Storia della filosofia austroungarica degli anni zero. Invece di fare qualcosa contro questa prostituzione del sapere, hai preferito risolvere il problema svendendolo gratis. Grazie Italia.
Perché in una delle assemblee a cui ho partecipato, ho sentito un ‘precario della ricerca’ dire che ci avevano truffato. Che quando da piccoli ci dicevano che con lo studio saremmo arrivati lontano, be’, ci stavano raccontando una balla colossale. Ci hai preso in giro. Grazie Italia.
Hai permesso che Dario Farina perdesse un concorso per ricercatore a favore di un tizio che aveva ventotto pubblicazioni in meno. Hai lasciato che Dario Farina emigrasse. E come lui tanti altri. Grazie Italia.
Tu hai permesso che il valore sul mercato delle nostre lauree diventasse pari a zero. Hai deciso che dovevamo fare duecento master e settecento corsi e duemila concorsi per garantirci il precariato a vita. Sei riuscita a distruggere ogni speranza per le nostre vite con una politica economica selvaggia e vantaggiosa solo per pochi manager plenipotenziari. Grazie Italia.
Tu premi il nullafacentismo e il nepotismo. Tu preferisci le sofisticherie del potere al merito dell’intelligenza. Mi hai insegnato che chi va avanti nella ricerca è chi è protetto dal professore giusto. Mi hai insegnato che ai concorsi non vince quasi mai il migliore ma il più ‘adatto’. Mi hai insegnato che non vuoi opporti alla formazione di lobby del potere e che anzi ne incentivi la proliferazione e addirittura ne sancisci la legalizzazione. Grazie Italia.
Solo perché ho incontrato una persona che in questi anni mi ha ‘insegnato’ veramente qualcosa non posso ringraziarti. Un’istruzione di prima qualità, in un paese come il nostro, non dovrebbe essere l’eccezione, ma la regola. Grazie Italia, perché la mia formazione finirà nel vuoto.
E infine ancora grazie Italia, perché almeno sarò in buona compagnia.
P.S. Io domani non sarò a Roma con tutti gli altri. Io domani resto qui solo perché non sarebbe giusto partecipare ad una cosa così grande dopo essere mancato, di fatto, al piccolo. Sono mancato al fermento di questi giorni perché ho voluto scrivere e sacrificare il mio tempo a quello che ritengo l’ultimo atto d’amore verso la materia che con tanta passione ho studiato negli ultimi anni. E questo per un motivo molto semplice: perché dopo non potrò più studiare così.
Ma voglio dire a tutti quelli che hanno a cuore le sorti di questo paese, che il problema non è la Gelmini, e forse nemmeno Berlusconi. Berlusconi e la Gelmini sono solo una conseguenza di quello che la nostra storia ha prodotto in questi anni. Siamo noi che li abbiamo voluti.
Dobbiamo innanzitutto cambiare noi stessi – e questo a cominciare da chi scrive. Solo dopo potremo cominciare a pensare che si possa cambiare qualcosa di molto più importante.
In fede,
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LXIII
D'ora in poi, si torna alle vecchie abitudini:
Ho da dirvi poche cose
e nessuna di queste
vi sarà utile.
Non si tratta né di cose vere
né di cose false:
sono solo quelle poche cose
avute come nel segno di un errore -
fermati quando l'eco del cemento
sarà il tuo ritornello -
come il pegno d'un dolore sorgivo
dal petto che strozza e rinchiude,
lasciandoci secchi.
LXII
“…mi domandavo spesso se un giorno o l’altro
non sarei morto di fatica a forza di affrontare
continuamente la solitudine”
DOUGLAS COUPLAND
La vita in due è tutta un’altra cosa.
Me lo dicevo ieri notte parcheggiando la macchina nel cortile. Era l’una passata. Tirando su i finestrini mi guardavo intorno e osservavo la campagna. Prima dritto davanti a me, e poi a destra, dove c’era il vecchio mandarino a prendersi quasi tutta la visuale. Aprendo la portiera per scendere, ho pensato a quante volte ero tornato da solo a casa; cioè a quelle volte in cui ero tornato proprio da solo e mi accorgevo di non avere nessuno. Ma proprio nessuno.
Quando ti assale una depressione così improvvisa e immotivata, si sa, l’unica soluzione è andartene a dormire, senza troppa premura per te stesso o per le cose del mondo. Così ho chiuso gli occhi. E ho pensato a te.
LIX
“Mi fa disperare il pensiero di te
e di me che non so darti di più”
Luigi Tenco
“Si versano nel mare tutti i fiumi
Senza riempire il mare”
Qohélet
Stamattina ho preso il treno dopo qualche tempo. La strada che faccio di solito per arrivare alla stazione sembrava cambiata, forse anche perché ormai è un’altra stagione e la gente ha cominciato a vestirsi diversamente. In fondo, cosa puoi aspettarti se per tre mesi non esci di casa? Che poi perché non sei uscito di casa? C’è una reale motivazione? O si tratta semplicemente della pigrizia più balorda e dozzinale? Bah, forse è che questo era l’ultimo anno che potevo farlo e che tra un po’ si comincia a fare sul serio: bisognerà chiudere qualche capitolo e non potrò di certo continuare a nascondermi dietro certe cose. Bisognerà chiudere il libro e riaprirlo, e ricominciare a scrivere, sperando sempre di avere una penna a portata di mano, cosa che non è affatto scontata. Chiudere il libro e riaprirlo.
Pensate voi a questo ragazzo, con gli occhiali da sole, i capelli poco curati, la barba di qualche giorno, una borsa a tracollo con un foglio su cui sono annotate delle commissioni da sbrigare, un cellulare che ogni tanto controlla per vedere se lei si è fatta viva, lo sguardo quasi assente. Ecco: voi ora lo vedete entrare in questo treno. Fa un caldo schifoso, pensate con lui che non dovete sudare perché altrimenti la maglietta gialla dell’adidas lo comunicherà subito al mondo; soffrite con lui perché il treno tarda a partire e se solo si muovesse ci sarebbe un po’ di quella rinfrescante corrente da viaggio.
Ora siete sudati. Guardate con lui al di là del finestrino l’alternarsi delle case: una dopo l’altra vanno via e voi pensate a quante gente vi si affanni all’interno. Vi guardate intorno, con lui, e scrutate le persone che entrano nel vagone: l’avete notato anche voi che è arrivata l’estate anzitempo? La gente ora ha abiti più leggeri: sotto i vestiti s’intuiscono le forme dei corpi. Tutto questo l’avete notato in trenta secondi, o almeno così vi assicura lui; ed ora, invece, lui vi chiede di aprire la sua borsa e prendere il quarto volume del Giuseppe di Thomas Mann. Sfogliate il libro e vi accorgerete delle sottolineature e di qualche commento a margine. Voi sapete anche che il romanzo gli è piaciuto molto e che si prova sempre una sorta di bonaria invidia, mista ad ammirazione, per un grande scrittore. Continuate a sfogliare e vi imbattete nelle note al testo. C’è una nota più generale che riferisce delle modalità di composizione dell’intero quarto volume, altre più specifiche dei capitoli del romanzo, e altre ancora relative alle conferenze e al carteggio con Kerényi in appendice. Date una scorsa veloce e vi accorgete di una parte ben evidenziata in una specie di riquadro monco delle linee orizzontali: leggete la nota 6 e cominciate a pensare con lui.
Nel 1929 Mann fece uscire un saggio su Freud nel quale ribadiva la sua convinzione che non certo quelli che da un po’ di tempo a quella parte si soleva chiamare istinti o pulsioni potevano avere il primato sullo spirito e sulla ragione. Voi cominciate a supporre con lui che si tratta di una fiera protesta di uno dei maggiori scrittori del novecento contro il movimento psicoanalitico che bramava – almeno a grandi linee – di ridurre tutte le manifestazioni di fenomeni psichici a lunghe catene causali di rimozione, quindi a lunghe catene di determinazioni inconscio-conscio. Vi sembra di percepire in lui l’idea che, per Mann, c’è sempre qualcosa prima di un tale fenomeno, e che tale qualcosa lo si chiami spirito o ragione. Questo però lo avete desunto quasi indirettamente e per comodità vi sembra opportuno non spingervi troppo oltre. Ma ora siete pervasi, con lui, da quell’inebriante sensazione di libertà che provate al solo pensare che nemmeno i sogni e la vostra infanzia possano determinarvi al punto da stabilire chi realmente siete. È qualcosa di simile ad una gioia ultraterrena quella che provate scoprendovi liberi, sempre padroni del vostro destino, e magari pervasi da quello spirito di cui leggevate. E vi piacerebbe riflettere ancora un po’ su quelle parole, vi piacerebbe spenderne qualcuna su qualche dettaglio del processo di rielaborazione mitica che nel romanzo si opera, ma è bene non affannarsi. Così come si tramanda da generazioni, ogni cosa ha il suo tempo. E ora è il tempo di lasciare un segno e chiudere quel libro.
LV
(21) Partire e non tornare più.
LIV
“Ciò che si fa per amore è sempre al di là del bene e del male”
Friedrich Wilhelm Nietzsche
Quale rapporto tra l’esigenza di un senso e un mondo reale, fatto di pietre e persone? Partirei da qui per spiegarvi quello che ho da dirvi oggi. Si tratta di un grosso problema metafisico che mi attanaglia da tempo, ma, nonostante questo, non vi dirò quasi nulla.
Noi siamo le persone che incontriamo. Io oggi sono stato una bambina che rideva. E anche un negro che veniva dall’Africa. Poi sono andato a pisciare ed ero un altro ancora. Poi sono stato di nuovo io e ho pensato che siamo soprattutto le persone che ci hanno cresciuto. Io sono mio nonno. E sono mia madre. Sono mio nonno anche se sono morto. Lo sono perché parlo come lui e perché leggo i libri così come li leggerebbe lui. Lo sono perché quando mi danno un bacio sulla guancia io faccio la sua stessa smorfia. E perché faccio retromarcia come lui. Ma sono anche come mia madre. E questo non va. Mia madre è una delle persone più forti che io abbia conosciuto. Ma anche una delle più deboli. Mia madre non ha amato molti uomini ma forse è riuscita ad amarli tutti nel modo sbagliato. Prendete mio padre: l’ha amato troppo, come si ama a vent’anni. E forse mio padre non l’ha amata abbastanza, come non si ama a vent’anni. Io l’ho vista soffrire per davvero: l’ho vista soffrire per trentacinque chili. E l’ho vista soffrire così tanto perché forse chi ama in quel modo è destinato a soffrire. Mettersi completamente nelle mani dell’altro, essere pronti a sacrificare tutto: lei in proposito dice che ama “annullandosi per l’altro”.
Io sono mia madre anche se lei si sbaglia quando dice che ho ereditato la sua “intelligenza”. Io di mia madre invece ho ereditato soprattutto la vocazione alla sofferenza. E anche quando cerco mio padre dentro di me, lo cerco come lo cercherebbe lei.
LIII
(20) Quando ho cominciato a pensare prima di scrivere quest'appunto? Che cosa volevo poi dire? Questa è una riflessione sulla riflessione in atto? Che cosa vuol dire cominciare a pensare? E cosa cominciare?
Dico subito che cominciare a pensare non è pensare l'inizio. Se l'inizio è pensato, l'azione è impossibile: la pena del pensiero "iniziale" o "iniziatico" è la condanna al misticismo. Cominciare a pensare è invece un atto naturale e come tale va compreso. Si comincia a fare una cosa e ci si getta nella mischia.
Si fanno molte cose e pensare non è un'attività diversa dal fare una cosa. Per fare una cosa bisogna cominciare a farla, il che non è affatto scontato. Ma quando si comincia veramente a fare una cosa? Cominciamento è una cosa che ha inizio nel tempo. Ma il cominciare è extra-temporale, è il "virtuale" del cominciamento. Cominciare è l'eventualità che accada qualcosa. Il "pensare" è una cosa fortuita e non è detto che capiti a tutti.
Ma qualcosa è già cominciato: scrivere, per esempio. Quando l'ho fatto? Quando ho smesso di cominciare, cioè quando ho smesso di pensare, che è però solo un modo di cominciare. Qualcosa nella scrittura è andato perso ed è cominciata una cosa nuova. E perché vi sia una cosa nuova deve esserci almeno una cosa vecchia. Cominciare è smettere il vecchio e iniziare il nuovo. Ma qual è il confine tra vecchio e nuovo? Come faccio a sapere dove comincia la "novità"?
LII
(19) La vita è una questione di fragili equilibri. Basta un insetto insignificante per far impallidire Newton. E basta non fare la solita strada per tornare a casa per mettere tutto in discussione.
Comincia tutto con un pensiero piuttosto vago: ti accorgi che nell'ultimo mese hai fatto nemmeno la metà di quanto avresti dovuto, che hai continuato ad alzarti alle tre del pomeriggio, che butti via il tuo tempo scrivendo poesie che mai nessuno pubblicherà, che sei divorato dai sensi di colpa per cose che non hai fatto, che in fondo fino all'anno scorso eri nient'altro che un ragazzino, che a ventitre anni sarebbe pure giunto il momento di fare sul serio almeno una cosa nella vita. E allora ti viene voglia di mollare tutto e cominciare da capo, perché in fondo sei ancora giovane e se tutto va bene avrai tempo per dimenticare.
Così oggi ti trovi in dei vestiti che ti stanno stretti, guidi una macchina che non hai chiesto, hai fatto qualche cazzata di troppo, ti domandi perché hai smesso di bere ma continui a fumare, perché quando sei scazzato non rispondi al telefono, perché lei è voluta partire lo stesso.
Dalla tua autoradio esce fuori un vecchio De André che ti ricorda di quelle volte al mare in cui non avevi ancora vent'anni e giravi con quella stessa canzone e qualche ragazza fino alle otto del mattino, fino a che non eravate troppo stanchi di non avere niente da fare. Ma ora sì che ti trovi stanco, e lo deduci dal fatto che alla chitarra sono giorni che fai le solite due deprimenti canzoni.
E così ora sei a casa e prendi del bicarbonato perché stai digerendo male. E non fai altro che ripeterti che la vita è una questione di fragili equilibri. E che le cose cambiano troppo in fretta malgrado la tua volontà. E che forse, un giorno, verrà pure un Dio con cui fare i conti.
LI
(15) Appena arrivato. Vorrei mettermi a letto ma non mi è rimasta abbastanza forza per sdraiarmi. Penso allora che dovrei imparare a scrivere canzoni e che se riuscissi a buttar giù una cosa tipo Atlantide di De Gregori avrei risolto i miei problemi. Penso anche che non ci vediamo da due settimane e mi sembrano già vent'anni. E penso che in vent'anni si cambia tanto da non riconoscersi più.
A volte credo che vorrei solo riuscire a chiudere gli occhi e mandare affanculo il mondo una volta per tutte.
(16) Fu Platone il primo a capire che per meglio vedere le cose ci fosse bisogno di uno sguardo da lontano. L'istituzione di questa distanza tra gli occhi e la cosa - l'ente - è il vero cominciamento della filosofia. Tutto questo per dire che la passione filosofica, l'eros, è tanto più forte quanto più il suo oggetto è distante ed irraggiungibile.
(17) La propria sofferenza è sempre eccezionale.
(18) Resto sveglio di notte solo per guardare la notte passare.