
Il sesto mese
Uno degli esercizi in cui profondo le energie della mia riflessione riguarda la costruzione dei ricordi. In particolare, destano il mio interesse la straordinaria plasticità che essi presentano riguardo al vissuto cui rimandano e la conseguente assoluta indeterminazione che rivelano rispetto a loro stessi. Ora, se ciò che ho descritto sopra sono le specificazioni più peculiari della loro essenza, e se veramente è da intendersi che tale essenza abbia proprio queste e non altre come prime e fondamentali determinazioni, allora va detto che questa individuazione non è immotivata: difatti, essa deriva dalla necessità che si stabilisce tra un autore e la sua storia. Il dovere, se qualcosa è andato storto, di cancellarne un pezzo, anche importante, e scriverlo da capo, fino a che tutto non trovi la sua più naturale collocazione.
Data questa premessa, lasciate che proceda per tentativi nel raccontarvi qualche minuscolo frammento della mia vicenda.
Avevo sei anni e il corpo maculato. Minuscole chiazze rosse talmente fitte da creare in me l'illusione di essere un pesce rosso, di quelli che comprate alla fiera del paese e muoiono dopo tre giorni. Però mia madre diceva che era solo morbillo e che avrei vissuto ancora per molto tempo. Avevo sei anni e il corpo maculato. Minuscole chiazze rosse tappezzavano il mio corpo, ma rimanevano comunque degli spazi bianchi, giusto per ricordarmi di non essere un pesce rosso, di quelli che potete comprare alla fiera del paese e muoiono dopo tre giorni, perché, dopotutto, anche un bambino sa di non poter essere un pesce. Mia madre diceva che forse ero allergico al pollo.
Avevo cinque anni e mi ero appena svegliato. Era una sensazione di cui non ero ancora del tutto cosciente; sembrava che potessi osservarmi dall'esterno sbadigliare, sentirmi male. Quel giorno vomitai sul pavimento verde della cucina. Mio nonno disse che era stata la pizza. Avevo cinque anni e mi ero appena svegliato. E posso dirlo con certezza: per un attimo, sono stato davvero io quel bambino. Io, quello che a cinque anni si è sentito male e ha vomitato sul pavimento verde della cucina. Mio nonno disse che era stata la coca cola.
Avevo due anni e mio padre tutte le sere mi lasciava addormentare e poi mi portava nella mia cameretta. Avevo paura del buio, ma non fra le sue braccia. Avevo due anni e mio padre tutte le sere mi lasciava addormentare e poi fra le sue braccia avevo ancora paura del buio.
C'è una sola cosa della mia infanzia che ricordo in ogni suo particolare. Mio padre che se ne va di casa il giorno di San Valentino del 1990 e io lo vedo bagagli alla mano lasciarmi alle spalle. Quella volta devo aver chiesto a mia madre «Ma papà dov'è andato?» e lei deve aver risposto «Papà è andato a suonare, farà tardi». Mio padre era un musicista e perciò non lo trovavo affatto strano che stesse via di casa per molto tempo. Sapevo dalle lunghe attese di mia madre, la notte, con gli occhi fissi sul tavolo, che bisognava imparare ad aspettarli, i musicisti. Solo che da quella sera cominciò a piangere di nascosto in cucina e fu allora che cominciai a nutrire dei sospetti. Deve essere stato a quel tempo che la mia coscienza è diventata tutta un singhiozzo così lungo.
I miei genitori si sono separati nel 1990, quando avevo sei anni. Ci rimasi piuttosto male, soprattutto perché pensavo che fosse colpa mia, perché è tutto quello che pensano i bambini. Ogni tanto pensavo anche alla sua nuova famiglia, ai suoi nuovi figli, a mia sorella che quel giorno dormiva. Per dio, non aveva nemmeno due anni. Era così piccola, così buffa, con tutti quei ricci. Tutto quello che pensavo era che non fosse giusto: per lei e per la considerazione che il resto del mondo sembrava avere di noi: nient'altro che il mancato tentativo di trascinarsi ancora insieme per un po'.
Il giudice decise per l'affidamento in favore di mia madre e stabilì che mio padre potesse vederci una volta a settimana. In più le vacanze alterne, ma lui si limitò a portarci sulle giostre per dieci anni e mi chiedo ancora oggi se non avesse di meglio da fare in quelle due ore che comprarci gelati.
Mia madre, subito dopo la separazione, lavorava fuori città per guadagnare qualcosa in più: usciva di casa alle sei del mattino, tornava alle dieci di sera e spesso io non la vedevo nemmeno perché mi ero già addormentato. Mi portava degli ovetti di cioccolato quando tornava e una volta stavo per rimetterci un occhio. Poi, mentre diventavo più grande, il mio naso ha preso a sanguinare regolarmente ogni estate. Dicevano fosse il caldo o i capillari fragili. Avevo sedici anni e usavo borse di ghiaccio per fermare le emorragie.
Ero in terrazza che leggevo quando me lo dissero. Un adenocarcinoma al colon. Dunque mio nonno non era immortale. Fu una brutta sorpresa. La notte prima che si operasse c'ero io con lui. Sapeva che gli rimaneva poco ed io gli feci una promessa. Mi disse che non avrei dovuto stare in pensiero e che avrei dovuto provare a dormire.
I medici gli diedero sei mesi. In sei mesi si fanno tante cose, pensavo. Solo che poi ogni giorno che tornavo da scuola – ero all'ultimo anno di liceo – arrivavo a casa con la paura in corpo, il timore di averlo visto la mattina per l'ultima volta. Sì, perché il solo fatto di vederlo, anche se in quelle condizioni, anche se con quella condanna scritta in faccia, bastava a rassicurarmi. E potevo ancora illudermi per un poco che quel rantolo si tramutasse in un respiro.
Aveva chiesto di me prima di andarsene. Io lo sapevo che sarebbe voluto morire tra le mie braccia. E così gli ho lasciato fare. Vidi, quando le sue labbra diventarono violacee, il colore della morte; mi accorsi che sei mesi erano passati in fretta e che io certe cose non potevo proprio controllarle. Non bastava conoscere la matematica o la fisica. E nemmeno la filosofia. Non basta tutta la conoscenza del mondo. Però gli avevo detto che gli volevo bene e questo era sufficiente.
Sono rimasto da solo nella sua stanza, accanto al suo letto di morte, immobile, quasi nell'attesa che il cadavere si decomponesse da un momento all'altro, o forse impaziente di ricevere un ultimo cenno di approvazione.
Prima che mi addormentassi, quella notte, mi ha accarezzato per un'ultima volta la fronte, come a ringraziarmi per i babà. Come ad augurarmi buona fortuna.
Una volta sono andato a Genova e ho conosciuto Cristoforo Colombo. Lo dissi a mio nonno e lui rise. Non mi disse che era morto.

