"La grande notte disordinata e tiepida
che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
XLIV
A Fabrizio, con devozione infinita. Grazie di tutto.
Vi scrivo, stanotte, col sottofondo de La buona novella. Vi dico sùbito che non ho alcuna intenzione di tediarvi con stucchevoli note di carattere “tecnico” in proposito; voglio invece, per un attimo, abbandonare il “rigore” e l'apparente aura di serietà e freddezza che mi contraddistinguono in questi luoghi, e abbandonarmi a ciò che mi viene immediatamente alla mente.
Oggi è l'11 gennaio 2008. Nove anni fa, in questo stesso giorno, moriva Fabrizio De André. Chi mi conosce bene sa quale venerazione io nutra nei confronti di questo autore, di cui ho divorato tutta la produzione e gran parte della bibliografia venuta fuori in questi anni, e sa anche quale sia il mio giudizio complessivo sulla sua opera. Per chi non mi conoscesse bene, o per chi non mi conoscesse affatto, ribadisco che siamo di fronte ad uno dei più grandi poeti del '900. È proprio, infatti, grazie alla sua straordinaria forza evocativa che la parola di De André assume le fattezze di quella che Aldo Grasso non ha esitato a definire “voce etica”, voce che crea dal nulla, nel momento in cui è detta, la vita che vuole significare. La “voce etica” è la voce che produce un'esatta corrispondenza tra il fonema e i contorni vivi della cosa cui esso si riferisce: ed è in questo che va letta la straordinaria grandezza poetica del cantautore genovese, come in fondo quella di ogni poeta o artista in generale: nella straordinaria capacità di rivelare ogni volta, attraverso la propria opera, la parusia del mondo, la rivelazione del linguaggio in una realtà, nella realtà, nella necessità della presa che il linguaggio deve operare sulla realtà. Ed è in questo l'eticità della voce: nella sua necessità. Necessità che è parola d'ordine dell'etica. Potrei addirittura sospettare che la grandezza di un poeta dovrebbe essere giudicata tenendo conto di quanto la sua voce sia espressione della necessità, di quella necessità più profonda della sua parola.
Intanto continua a suonare La buona novella. Disco di bellezza straordinaria, non c'è dubbio; lavoro che lo stesso Faber riteneva essere uno tra i migliori della sua carriera, se non il migliore. Uscito nel 1970, doveva la sua origine a due motivi principali: in primis, mettere a confronto le istanze rivoluzionarie del '68 con quella rivolta sociale di cui fu protagonista l'ebreo Gesù di Nazareth e, in secundis, rivendicare ai personaggi di quella vicenda, quasi del tutto scarnificati dalla tradizione cattolico-borghese, una nuova umanità. Nella misura in cui esso risponde a queste necessità, può dirsi ben riuscito. Ma non è solo questa corrispondenza tra intenti e risultati a decretarne la grandezza. Essa è invece, in grado maggiore, nel quid di mistico che la sua parola produce. Il sovrappiù che appartiene all'essenza stessa dell'arte. L'arte, colei che è sempre troppo grande.
De Gregori ha detto che se non avesse ascoltato De André non avrebbe mai scritto le sue canzoni. Posso dirvi che nemmeno io avrei mai pensato di scrivere se non avessi mai sentito una canzone del vecchio Faber. Certo è ovvio che non sia l'unico ad avermi spinto a farlo, e non so se la mia chiamata alle armi possa essere attribuita solo alle mie letture o alle mie esperienze di fruizione in campo artistico. Può darsi che vi sia una necessità interiore anteriore a tutto questo, ma tant'è.
Qualche tempo fa scrissi una cosa nello spirito de La buona novella. Rimasi colpito da una frase nella quale De André dichiarava di aver voluto rinnovare la canzone rivendicando per essa temi tradizionalmente destinati alla poesia. Dunque, se lui aveva provato a “poetizzare” la canzone, perché io non potevo “canzonare” la poesia? Da quest'idea nacquero i due poemetti che vi proporrò tra breve. Questo è il mio modo di dirgli grazie, tributandogli un piccolo ricordo. Il mio modo di dirgli che, forse, non è ancora morto. Il mio modo di condividere con voi la tristezza che mi accompagna in certi giorni. Giorni in cui una singola morte rivela tutte le morti che mi accompagnano. E che mi accompagneranno.
Poema apocrifo (libro primo)
(Sempre più grande il ventre le ricorda un'assurda verginità)
1
Le ferite del deserto ti coprono d'ambra il volto
i ricordi di legno ti inchiodano il pugno alle mani;
sotto il cielo d'un livido assorto,
nel vento che a nord uncina gli ulivi e i melograni
e spiega le tese alla colomba che spiumava sul tempio,
le creste sdrucite delle case presentano la logica dello scempio.
Sulle vesti ancora sfiancata la sabbia
ricompone i frammenti del vinto paesaggio,
secca la sete attraversa la gola e ghiaccia
il colore dell'ultima cruna del viaggio
quando si spalanca sull'uscio il ventre profondo,
il segno di un'intesa consumatasi nello spazio d'un secondo.
2
Tu le chiedi di dove viene il suo candore
se sia l'effetto di un clandestino calore,
se una ragione a quei capelli sciolti sulle spalle
a quelle lacrime che rimontano alla valle.
E quando Maria raccogliendo lenta la sua esistenza alle nocche
prova a prender coraggio nella tua minuscola figura,
tu trovi soltanto da offrirle gli elementi di una paura
che scarmiglia tremante le sue madide ciocche.
3
Nella sera che offre al tuo riposo lo schermo,
che alle tue vertebre canute reca solo un effimero sostegno,
tu lontano dalla sua bocca
ripensi al contorno dei suoi seni,
al corpo di una madre che sboccia
negli occhi di una bambina che più non contieni.
4
La notte tesse la sua tela discreta
nel lieve pallore che rigonfia la seta,
s'accoglie una sagoma celeste tra i balsami
che tendono il becco agli sfavillanti decani.
La stanza magra del tuo sonno leggero
decide il peso dei tuoi anni senza rimedio
nell'impluvio di uno splendore passeggero
che ne raccoglie la stretta d'angelico assedio.
Cerchi di pietra dura estorcono un sorriso ai muschi,
un fremito di neve ti sbarra gli occhi
e ai suoi nodosi giunchi riporta il mite settembre
con la promessa che arrivi presto dicembre.
5
“Non sapevi che c'era la riunione?” ̶
poi per Anna le curve d'un miraggio
si percorrono dietro chi era ancora ostaggio
di un'indecisa intenzione.
Fu così che al tempio si gridò la tua vergogna d'eletto,
il vile tradimento del tuo seme infetto.
Tu che della vergine dovevi custodire il sorriso,
Tu che ne avevi dissacrato i fianchi senza alcun preavviso.
6
“Siamo qui riuniti per misurare le vostre colpe,
per giudicarvi prima che si compia la vostra sorte.
Noi che del vostro Signore siamo la corte
affideremo la sua volontà all'acqua ed al monte
rimettendo l'onere della sentenza ad una luce
che presto scolpirà l'alba sulle nostre porte”.
7
Nel tuo corpo fredda si espande
la sorgente che dovrebbe assorbire il peccato.
Nella grotta dove ora siedi si confonde l'istante
dell'ultima resa che si spende al mercato,
s'attende nell'oscurità lo scintillio del passaggio,
forse del sole un ultimo assaggio.
8
Filtra tra le foglie un magro albore di luna,
quasi il segno che ultima si china la natura come la mano
tremante di chi avverte il capolinea della fortuna.
Sulla sua fronte l'ombra come un terso sudario
che dal sepolcro dei suoi sconfitti pensieri
s'estende al ventre sofferente e ai suoi spenti desideri.
9
Lungo la strada che si confonde umida al sole
due sagome ritagliano al mattino una porzione di stupore.
Poema apocrifo (libro secondo)
1
Lungo i baveri del breve torrente
si beve la sete della corrente,
il giaciglio su cui più non riposa
il limo della notte generosa.
Nei freschi occhi della ricorrenza
si piegano i fuscelli in sequenza,
la denuncia d'un volo improvviso
tra i rami di uno sguardo reciso.
Nel petto di un giorno al suo mezzo
vede saldare la vita al suo prezzo
il cuore del carpentiere stordito
nei passeri al battito rapito.
2
In casa l'ombra grigia del salice
rifinisce gli orli della pomice,
un esile scorrere di lacrime
il vecchio gioco infantile sopprime.
Ed ora che nel silenzio del fiume
i capelli fanno le verdi schiume,
del giovane corpo del figlio di Anna
non rimane che un secco osanna.