"La grande notte disordinata e tiepida che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
giovedì, 25 settembre 2008
LXIX

Eternal sunshine of the spotless mind #3

Erano le due e ventiquattro del sette settembre duemilaotto. Mario stava imboccando la statale 18 con la sua Renault Clio. Prese la curva molto stretta e man mano che procedeva sulla rampa del raccordo vedeva la luna sempre più grande, ma bassa, bassa come se stesse consumando una sorta di incontro con la terra. Naturalmente, pensò, quanto stava accadendo avrebbe dovuto tenerlo per sé.

Dick Bosch viveva in un appartamento a Berliner Straße. Aveva un canarino e un compagno di stanza italiano, un tale che aveva lasciato l’università dopo l’erasmus e aveva deciso di stabilirsi definitivamente in Germania. Mangiava tutte le sere il kebab da Hamit e andava a dormire sempre alle quattro del mattino, anche se doveva alzarsi alle sette. Certo, voi direte “facile”, dato che poteva permetterselo perché non gli capitava mai di avere per più di due giorni consecutivi lo stesso lavoro o che, se ce l’aveva, faceva in modo di lavorare di notte o al massimo nel pomeriggio; ma lui vi avrebbe detto che erano solo fatti suoi.
Così come vi avrebbe detto che erano affari suoi se a ventotto anni il sesso non gli interessava affatto.

Remo aveva capito che era molto importante non prendersi troppo sul serio. La demistificazione programmata e pervicace della propria persona era, come tutti quelli che lo conoscevano potevano testimoniare, uno dei capisaldi della sua filosofia: pensava che ridere di sé stessi fosse necessario quanto respirare o vivere, tanto che era giunto a considerare l’ironia – e quella particolare forma di ironia che è l’autoironia – come il primo e fondamentale significato dell’essere. Spesso, poi, si vantava di aver capito che bisognava vivere come se ogni giorno fosse stato il primo: credeva, difatti, che vivere ogni giorno come se fosse stato l’ultimo gli avrebbe recato un’infinita e paralizzante tristezza.
Scritto da: 5555555555 alle ore 14:18 | link | commenti (4) | categoria: racconti, prosa, eternal-sunshine-of-the-spotless
martedì, 09 settembre 2008
LXVII

Eternal sunshine of the spotless mind #2

Nonostante tutto, Remo avrebbe voluto sentirselo dire. Non aveva mai dato troppo peso a certe cose, ma per lei si doveva fare un’eccezione. L’aveva persino ammesso a sé stesso, quella mattina, facendosi la barba, che aveva bisogno di sentirsi dire quanto lei l’amasse. Poteva certo congetturare con una certa attendibilità che fosse così, ma, stavolta, era proprio necessario che lei glielo dicesse. Che glielo dicesse proprio mentre lui le portava il caffè a letto, per esempio. Che glielo dicesse proprio in quella giornata al mare, perché quelle parole potessero confondersi con l’avvolgente brezza che si sarebbe levata dall’acqua proprio in quell’istante, senza preavviso.

- Chi è?... – chiese Filippo, premendo il tasto verde sul ricevitore.
- Pippo, sono la mamma… - Filippo era talmente sbronzo che chiunque si fosse presentato come sua madre sarebbe stato creduto.
- Ah, mamma, ciao, certo che sono in piedi… – disse, scrollandosi le coperte di dosso e accorgendosi del tremendo mal di testa.
- Ho parlato con tuo padre ed è d’accordo con me… -
- Chi? Cosa? –
- Ho parlato con tuo padre e lui dice che puoi venire durante le vacanze a prendere le ultime cose rimaste qui – gli spiegò meglio la madre.
- Ok, per me va bene, basta che lui non sia in casa quando verrò io – fece lui.
- Non dire così, è sempre tuo padre. Lo sai come è fatto, ti vuole bene, ma… - disse lei.
- Oh, certo! Mi vuole bene ma lui ha i suoi punti di vista e io i miei eccetera. Conosco la storia, mamma. – controbatté lui.
- Lo so che non avrebbe dovuto dirti certe cose, ti capisco. In quell’occasione poi. Ma è fatto così, è solo molto preoccupato per te, ha paura che tu abbia fatto la scelta sbagliata… - gli sembrò che la madre avesse detto quest’ultima cosa miagolando.
- Mamma, per me la faccenda è chiusa. Ora devo andare, ho un appuntamento di lavoro. Ci vediamo tra due settimane – le disse, senza possibilità di scampo.
- Ok. Ma ricorda che ti vorremo sempre ben… - la madre non fece in tempo a finire la frase che Filippo aveva già lanciato il telefono sul divano.
Dopo qualche secondo che gli era servito per rendersi conto che si trattava, anche oggi, dell’ennesima giornata di cielo coperto, se ne andò in cucina a bere il suo primo caffè. Era un caffè vecchio di due giorni. Lo bevve con un certo disgusto e poi andò a salutare Niki Lauda. – Almeno piovesse – gli disse – tutto questo grigio avrebbe una giustificazione.
Scritto da: 5555555555 alle ore 16:22 | link | commenti (9) | categoria: racconti, esercizi di stile, prosa, eternal-sunshine-of-the-spotless
venerdì, 05 settembre 2008
LXVI

Eternal sunshine of the spotless mind #1

"You can erase someone from your mind. Getting them out ouf your heart is another story"

Remo Orsini quel giorno fumò trentadue sigarette. L’ultima la spense che era disteso sul letto proprio quando le prime gocce di pioggia cominciavano a colpire la terra. Il suono confortante dell’acqua gli riempì le orecchie e così chiuse gli occhi sereno. La lettera, come aveva stabilito con sé stesso quella mattina, era dove doveva essere.

Miriam aveva dimenticato l’ombrello. Doveva dare letteratura inglese e aveva dimenticato l’ombrello. Pensò, appena scesa dall’autobus, che è da questi particolari che riconosci una giornata di merda.
Si sistemarono per terra, isolate per quanto possibile dal caos generale. Sfogliavano tutte e due svogliatamente i testi per l’esame; come tutti gli studenti, infatti, sapevano che la ripetizione a pochi minuti dal colloquio si sarebbe rivelata totalmente inutile.
- Dài, è solo una notte in bianco… - Tiziana se n’era accorta dal fatto che l’amica aveva ancora i calzini del giorno prima.
- Ti sbagli. Non è solo una, ma tutte le notti sono in bianco – disse Miriam.
- In che senso?
- Nel senso che non esistono notti di altro colore. La notte è monocromatica per vocazione, diciamo così. Stai lì a pensare che la tua vita fa schifo, che non ti realizzerai mai, che tuo padre è uno stronzo perché tradiva tua madre con la baby-sitter. E tutto questo ha un solo colore.
- E scusa, ma allora perché proprio il bianco?
Miriam ci pensò un attimo e poi rispose: - Se ci rifletti su, è l’unico colore di cui possiamo avere una qualche certezza. Tu pensi che il rosso sia un colore affidabile?

Nevicava talmente fitto che a Remo sembrò che quello che stava guardando di là dal finestrino non fosse nemmeno un paesaggio. Pensò a quale potesse essere l’elemento, o gli elementi, che potevano permettergli di discriminare un paesaggio reale da uno fasullo. Valutò attentamente ogni particolare: pensò agli alberi, su tutti ai pini, perché gli ricordavano le passeggiate che faceva con suo nonno quando era bambino, su quel tappeto di aghi che nella sua fantasia era passato a figurare un nuovo tipo di suolo, un nuovo tipo di terra; meditò sul presunto primato dei paesaggi marini su quelli montani, poiché, pensava, solo i primi potevano fregiarsi dell’incontro che il cielo e il mare celebrano all’orizzonte; annotò tra i suoi pensieri sin anche la variante uccelli, stimolato dall’immagine del pettirosso con cui aveva fatto amicizia qualche tempo addietro.
Nonostante fosse ben articolato, però, il suo ragionamento rischiava di risultare aporetico: non riusciva, infatti, a figurarsi niente di veramente reale, pur avendo sotto gli occhi un paesaggio sulla cui consistenza, a meno di non volersi ingarbugliare in qualche astruso ragionamento filosofico, non si poteva certo dubitare. Perché non riusciva a credere che la neve potesse veramente far parte di quella scena che stava vedendo? Che cosa poteva mai significare il fatto che gli erano venuti in mente solo elementi che appartenevano alla sua memoria? Perché non riusciva a trovare nemmeno un elemento degno di una qualche oggettività? Perché non riusciva ad andare al di là di sé stesso?
Queste erano le conclusioni cui era giunto quando la voce computerizzata annunciò la sua fermata.

Erano le tre in punto. Mario Scrofino stava controllando le bolle di accompagnamento per i carichi di merce che dovevano partire quella sera, quando il telefono squillò. Era di nuovo sua moglie. La temperatura del ragazzo era salita a oltre trentanove. Notò che il tono della voce di Rebecca cresceva esponenzialmente.
- Gli hai dato la tachipirina? – provò a chiedere lui, usando la voce come per accarezzare il capo della moglie.
- Sì, ma la febbre gli è risalita dopo solo mezzora.
- Hai chiamato Filippo?
- Sì. Ha detto che sarebbe venuto il prima possibile.
Filippo era il fratello di Mario e di mestiere curava la gente.
- Vedrai che probabilmente è già nel vialetto – riprese Mario, e poi aggiunse – Ora cerca di stare tranquilla. Ci vediamo alle otto. Capito? Sta’ tranquilla, si risolverà tutto…
- Comincio a disperare. Ma forse è inutile. Lascia perdere, torno di là, a vedere se Matteo vuole qualcosa.
Mario riagganciò e tornò al lavoro. Registrando al computer gli ultimi dati, si ricordò di quanto erano stati felici. In un passato nemmeno troppo remoto, tra l’altro. L’assalì un vago torpore alle gambe. Lo sapeva che era tutta colpa sua: del fatto che con Rebecca le cose non andassero più, delle febbri di Matteo, era tutta colpa sua. Si passò la mano aperta e tesa sul mento, pigiando forte, e guardò la scrivania, piena di scartoffie. Nel portapenne spiccava la Mont Blanc che la moglie gli aveva regalato per la laurea. Con quella scriveva ancora degli appunti “letterari” e le poesie che teneva chiuse nel terzo cassetto a destra contando dalla porta, ben nascoste sotto almeno tre risme di fogli A4. La guardò con nostalgia, mista ad un pizzico di rassegnazione, e si chiese se le due cose non si presentassero sempre in coppia, inestricabilmente connesse. O se non fossero che una cosa sola.
Alle sette in punto prese il cappotto e andò via. Alzò come suo solito il bavero per il freddo. Gli usuali ottantotto gradini perché aveva paura dell’ascensore. Si lasciò alle spalle l’edificio macchiato dalla neve e si avviò alla stazione della metro. Era talmente stanco che gli sembrava di essere da solo; quasi non percepiva i rumori dell’ambiente circostante.
Salì sul treno. Si accomodò in uno dei posti a quattro centrali. Aprì il giornale che era lì da prima che arrivasse. C’era un’annotazione a matita: E se le regalassi un libro e lo riempissi di note a margine, tutte scritte apposta per lei? E se glielo scrivessi io un libro?
Scritto da: 5555555555 alle ore 17:52 | link | commenti (7) | categoria: racconti, esercizi di stile, prosa, eternal-sunshine-of-the-spotless
giovedì, 31 luglio 2008
LX

Dalla soffitta #2

Mia madre me lo diceva sempre che al mattino bisogna rifarsi il letto. Ma io, quando mi sveglio alle tre del pomeriggio e constato la mia solitudine, trovo solo il tempo per un altro sorso di quella Tennent's che la notte prima ho lasciato a metà sul comodino, prima di alzarmi e abbandonarmi alla netta sensazione che sarà un'altra giornata inutile.

Faccio una doccia per lavare gli odori del sonno. La radio dice che fuori ci sono tre gradi di massima, ma il mio corpo sembra non avvertire il freddo. Mi siedo per un attimo sul divano e mi sostengo con le mani sui cuscini. Guardo in alto e penso a quando te ne sei andata via. Mi hai lasciato un biglietto colorato, di quelli che mi scrivevi per ricordarmi di passare in lavanderia. “Da quando abbiamo perso la bambina non siamo più gli stessi. È inutile nascondersi, e tu lo sai benissimo. Mi mancherai, ma è arrivato il momento di andare. Anche se ti amo più di quanto non abbia mai fatto in passato, e più di quanto sarò capace in futuro. Ma l'amore, spesso, non basta”. Quando l'ho letto per la prima volta, ho pensato che non avevamo nemmeno cominciato a discutere sul nome della bambina. E che la morte che non si può nominare è la peggiore fra tutte.

Infilo i jeans e metto il dolcevita nero, il mio preferito. Appena sbuca fuori la testa, quando il mento è coperto dal collo non ancora rovesciato, mi rendo conto che sono passati già dieci anni. Segno questo pensiero su un taccuino ed esco di casa. Ho scritto più o meno così: “Solo il tempo può concederci l'illusione che qualcosa sia veramente accaduto”.
Scritto da: 5555555555 alle ore 15:14 | link | commenti (12) | categoria: racconti, prosa
martedì, 27 maggio 2008
LIX

“Mi fa disperare il pensiero di te
e di me che non so darti di più”
Luigi Tenco

“Si versano nel mare tutti i fiumi
Senza riempire il mare”
Qohélet

Stamattina ho preso il treno dopo qualche tempo. La strada che faccio di solito per arrivare alla stazione sembrava cambiata, forse anche perché ormai è un’altra stagione e la gente ha cominciato a vestirsi diversamente. In fondo, cosa puoi aspettarti se per tre mesi non esci di casa? Che poi perché non sei uscito di casa? C’è una reale motivazione? O si tratta semplicemente della pigrizia più balorda e dozzinale? Bah, forse è che questo era l’ultimo anno che potevo farlo e che tra un po’ si comincia a fare sul serio: bisognerà chiudere qualche capitolo e non potrò di certo continuare a nascondermi dietro certe cose. Bisognerà chiudere il libro e riaprirlo, e ricominciare a scrivere, sperando sempre di avere una penna a portata di mano, cosa che non è affatto scontata. Chiudere il libro e riaprirlo.
Pensate voi a questo ragazzo, con gli occhiali da sole, i capelli poco curati, la barba di qualche giorno, una borsa a tracollo con un foglio su cui sono annotate delle commissioni da sbrigare, un cellulare che ogni tanto controlla per vedere se lei si è fatta viva, lo sguardo quasi assente. Ecco: voi ora lo vedete entrare in questo treno. Fa un caldo schifoso, pensate con lui che non dovete sudare perché altrimenti la maglietta gialla dell’adidas lo comunicherà subito al mondo; soffrite con lui perché il treno tarda a partire e se solo si muovesse ci sarebbe un po’ di quella rinfrescante corrente da viaggio.
Ora siete sudati. Guardate con lui al di là del finestrino l’alternarsi delle case: una dopo l’altra vanno via e voi pensate a quante gente vi si affanni all’interno. Vi guardate intorno, con lui, e scrutate le persone che entrano nel vagone: l’avete notato anche voi che è arrivata l’estate anzitempo? La gente ora ha abiti più leggeri: sotto i vestiti s’intuiscono le forme dei corpi. Tutto questo l’avete notato in trenta secondi, o almeno così vi assicura lui; ed ora, invece, lui vi chiede di aprire la sua borsa e prendere il quarto volume del Giuseppe di Thomas Mann. Sfogliate il libro e vi accorgerete delle sottolineature e di qualche commento a margine. Voi sapete anche che il romanzo gli è piaciuto molto e che si prova sempre una sorta di bonaria invidia, mista ad ammirazione, per un grande scrittore. Continuate a sfogliare e vi imbattete nelle note al testo. C’è una nota più generale che riferisce delle modalità di composizione dell’intero quarto volume, altre più specifiche dei capitoli del romanzo, e altre ancora relative alle conferenze e al carteggio con Kerényi in appendice. Date una scorsa veloce e vi accorgete di una parte ben evidenziata in una specie di riquadro monco delle linee orizzontali: leggete la nota 6 e cominciate a pensare con lui.
Nel 1929 Mann fece uscire un saggio su Freud nel quale ribadiva la sua convinzione che non certo quelli che da un po’ di tempo a quella parte si soleva chiamare istinti o pulsioni potevano avere il primato sullo spirito e sulla ragione. Voi cominciate a supporre con lui che si tratta di una fiera protesta di uno dei maggiori scrittori del novecento contro il movimento psicoanalitico che bramava – almeno a grandi linee – di ridurre tutte le manifestazioni di fenomeni psichici a lunghe catene causali di rimozione, quindi a lunghe catene di determinazioni inconscio-conscio. Vi sembra di percepire in lui l’idea che, per Mann, c’è sempre qualcosa prima di un tale fenomeno, e che tale qualcosa lo si chiami spirito o ragione. Questo però lo avete desunto quasi indirettamente e per comodità vi sembra opportuno non spingervi troppo oltre. Ma ora siete pervasi, con lui, da quell’inebriante sensazione di libertà che provate al solo pensare che nemmeno i sogni e la vostra infanzia possano determinarvi al punto da stabilire chi realmente siete. È qualcosa di simile ad una gioia ultraterrena quella che provate scoprendovi liberi, sempre padroni del vostro destino, e magari pervasi da quello spirito di cui leggevate. E vi piacerebbe riflettere ancora un po’ su quelle parole, vi piacerebbe spenderne qualcuna su qualche dettaglio del processo di rielaborazione mitica che nel romanzo si opera, ma è bene non affannarsi. Così come si tramanda da generazioni, ogni cosa ha il suo tempo. E ora è il tempo di lasciare un segno e chiudere quel libro.
Scritto da: 5555555555 alle ore 21:04 | link | commenti (4) | categoria: riflessioni, racconti, diario, frammenti, esercizi di stile, prosa
martedì, 22 aprile 2008
LVI

La strada è deserta. Niente luci negli specchietti. Mi viene in mente di quella volta che ho fatto un viaggio che non finiva più e mi mettevo il mare sempre alle spalle e allora penso che le cose cambiano. E pure in fretta. Poi vedo un altro tizio che come me guida alle tre del mattino ma va piano per accendersi una sigaretta e lo invidio. Lo invidio perché magari è più felice di me.
La strada intanto si è fatta più lunga. Cerco le chiavi di casa nella tasca dei pantaloni e penso che morirò giovane.

…Vivian è tornata a Londra tre mesi fa. Prima di partire mi disse che non credeva nei rapporti a distanza e che ero stato una frana perché non le ero stato abbastanza vicino. Mi disse che gli amori non durano e che tutto è destinato a finire. Io non le dissi che non la pensavo così perché forse a me andava bene. Perché forse mi andava bene che se ne andasse, nonostante ne fossi ancora innamorato.
Perché forse era meglio salutarsi senza la promessa di doversi rincontrare.



Scritto da: 5555555555 alle ore 04:13 | link | commenti (5) | categoria: racconti, frammenti, esercizi di stile, prosa
domenica, 16 marzo 2008
LII

(19) La vita è una questione di fragili equilibri. Basta un insetto insignificante per far impallidire Newton. E basta non fare la solita strada per tornare a casa per mettere tutto in discussione.
Comincia tutto con un pensiero piuttosto vago: ti accorgi che nell'ultimo mese hai fatto nemmeno la metà di quanto avresti dovuto, che hai continuato ad alzarti alle tre del pomeriggio, che butti via il tuo tempo scrivendo poesie che mai nessuno pubblicherà, che sei divorato dai sensi di colpa per cose che non hai fatto, che in fondo fino all'anno scorso eri nient'altro che un ragazzino, che a ventitre anni sarebbe pure giunto il momento di fare sul serio almeno una cosa nella vita. E allora ti viene voglia di mollare tutto e cominciare da capo, perché in fondo sei ancora giovane e se tutto va bene avrai tempo per dimenticare.
Così oggi ti trovi in dei vestiti che ti stanno stretti, guidi una macchina che non hai chiesto, hai fatto qualche cazzata di troppo, ti domandi perché hai smesso di bere ma continui a fumare, perché quando sei scazzato non rispondi al telefono, perché lei è voluta partire lo stesso.
Dalla tua autoradio esce fuori un vecchio De André che ti ricorda di quelle volte al mare in cui non avevi ancora vent'anni e giravi con quella stessa canzone e qualche ragazza fino alle otto del mattino, fino a che non eravate troppo stanchi di non avere niente da fare. Ma ora sì che ti trovi stanco, e lo deduci dal fatto che alla chitarra sono giorni che fai le solite due deprimenti canzoni.
E così ora sei a casa e prendi del bicarbonato perché stai digerendo male. E non fai altro che ripeterti che la vita è una questione di fragili equilibri. E che le cose cambiano troppo in fretta malgrado la tua volontà. E che forse, un giorno, verrà pure un Dio con cui fare i conti.
Scritto da: 5555555555 alle ore 06:42 | link | commenti (5) | categoria: riflessioni, racconti, diario, frammenti, esercizi di stile, prosa, quaderno
martedì, 19 febbraio 2008
L

"Platone è mio amico, ma la verità è ancora più mia amica"

Aristotele

Sono venuto a conoscenza, spulciando qua e là in rete, che dell'edizione Aldina dell'opera platonica - datata 1513 - è andato perduto un testo di cui non ci rimangono che pochi frammenti. Ne riporto, di seguito, qualche stralcio da me ritradotto, nella speranza di fare cosa gradita a molti.

- Non credi, o Cefalo, che due punti separati, se colti una volta sotto lo stesso sguardo, non formino una retta? E che cos'è una retta se non la distanza di due punti? (...)
- Dici bene Socrate.
- E non credi che se il punto sia davvero uno, allora, a suo modo, anche la retta, come ente formato da tanti punti, sia una?
- Lo credo.
- E non credi, però, che, proprio perché formata da tutti questi punti, questa retta sia anche molti?
- Certo.
- E come ammetteremo, allora, la possibilità che il punto sia nella retta se quest'ultima e il punto non sono omologhi? (...)
- Se l'essere e l'uno sono dunque diversi, come vuole Parmenide, come potremo dire che l'uno è, ossia che è il punto? E come potremo anche dire che è la retta una, se uno non è? (...)
- (...) L'essere è allora la distanza dell'uno dal numero. Che possibilità hai di dire il numero se non dici l'essere, e prima di esso l'uno?
- Nessuna.
- E che cos'è ancora la distanza, se non il supplizio di un amante in pena? E che cos'è la distanza se non il desiderio di un ricongiungimento? L'uno è infatti l'amore del numero (...)
- (...) La retta non è altro che il punto. E' uno lo sguardo che coglie la retta, ma due quello che coglie l'uno, e unico è il soffio dell'amore.
Scritto da: 5555555555 alle ore 01:35 | link | commenti (9) | categoria: riflessioni, racconti, filosofia, esercizi di stile, saggi, prosa
sabato, 15 dicembre 2007
XL

“Il mondo esterno aveva le sue proprie leggi,
e tali leggi non erano umane”


MICHEL HOUELLEBECQ

Ci fu un lungo attimo in cui sembrava che Vittorio non avesse il coraggio di riagganciare. Gli aveva telefonato suo zio Giacomo, per dirgli che Delio stava male. Molto male. “Gli hanno fatto tutti gli esami del caso e ormai aspettano sola la biopsia, ma non mi hanno lasciato speranze: Delio ha il cancro”. A Vittorio sembrò, a quel punto, di percepire un pianto dirotto. Per un attimo pensò che gli sarebbe successa la stessa cosa, ma non fu così. Si accorse, infatti, che di Delio sapeva poco, troppo poco per poter piangere per lui. Ma nonostante ciò, fu abbastanza lucido per trovare qualche parola di conforto e per dire a suo zio di essere a disposizione “per ogni evenienza”; cosa che, tra l'altro, fece con una certa sincerità e con tutta la spontaneità che gli era possibile. Si salutarono, poi, all'una e trentacinque circa, quando l'uno smise di piangere e l'altro si convinse che non sarebbe mai riuscito a farlo.
Terminata la telefonata, Vittorio andò in cucina a prepararsi una camomilla. Mentre apriva il gas, pensò al fatto che Delio aveva solo diciotto anni. Aprì il mobile e prese la tazza. E lo zucchero. I tre soliti cucchiaini sarebbero bastati. Lasciò l'acqua a bollire e si diresse verso la finestra. Indugiò, ma uscì fuori lo stesso.
Aveva esitato, prima, perché faceva molto freddo; eppure, quando si trovò davanti allo spettacolo di quella montagna di cui poteva distinguere così nitidamente la vegetazione, di cui poteva persino immaginare la vita che vi prolificava, si trovò a ringraziare quella perturbazione polare che aveva portato le cose a quella trasparenza così unica e irripetibile. Pensò, in quel momento, che ogni singolo attimo di ogni singola esistenza è così unico ed irripetibile. Non l'esistenza tutta, ma ogni singolo attimo di essa: la differenza gli era chiara, anche se forse non era nemmeno riuscito ad esprimerla bene in parole.
Tornò dentro, meno infreddolito di quanto si aspettasse. Tagliò una piccola fetta di limone e versò l'acqua, ora caldissima, nella tazza. Girò velocemente per diluire lo zucchero e perché il tutto prendesse il più presto possibile il sapore della camomilla. Vi guardò dentro e vi trovò la verità su tutta quella faccenda. Lui Delio non lo conosceva: le loro famiglie non si erano mai frequentate molto, per quanto fossero all'apparenza in buoni rapporti. A parziale scusante di questo, c'erano il fatto che avevano sempre vissuto in città diverse e il divorzio dei genitori di Vittorio, quando loro erano piccoli. Ma c'era in lui, comunque, la netta sensazione di aver ricevuto un duro colpo. Avrebbe voluto stringergli forte la mano e farglielo sapere, ma forse non era giusto, forse non poteva nemmeno permetterselo. Allora abbassò lo sguardo e soffiò forte. Era già seduto quando si accorse di avere le gambe che gli tremavano. Anche quella volta, si sentì in colpa. Anche quella volta, il dolore sarebbe stato più forte di tutto.
Scritto da: 5555555555 alle ore 04:30 | link | commenti (12) | categoria: racconti, frammenti, prosa
venerdì, 07 dicembre 2007
XXXVIII

- Lei partirà – disse Alberto.
- Lo so – gli feci io.
- Cosa pensi di fare? – Alberto.
- Immagino che dovrò lasciarla andare – io, rassegnato.
- Perché non le chiedi di restare qui con te?
- Ci ho provato, ma non ci riesco – risposi.
- Hai paura?
- Sì, ho una fottuta paura di perderla.
In quel preciso istante ho attaccato il telefono e ho deciso che la conversazione era diventata insostenibile. Erano le due e trentuno della notte. Fuori faceva un freddo cane. Per un attimo ho creduto di aver sbagliato tutto e sono andato a farmi la doccia. Subito dopo ho infilato l'accappatoio e i capelli bagnati mi hanno fatto pensare. Sarebbero passate quasi due stagioni prima di poterla rivedere, e l'aria che sarebbe andata man mano intepidendosi avrebbe reso la nostra distanza sempre più insopportabile. Così ho pensato che il tempo ti colpisce alle spalle quando meno te l'aspetti: quanto più credi di essere felice tanto maggiore sarà la possibilità della sconfitta.
Poco più tardi, quella stessa notte, ascoltai un vecchio De André.  E le mandai un messaggio sul cellulare: "Sono pronto ad aspettarti. Vedrai: andrà tutto bene". Ricordo che mi addormentai di colpo, senza una risposta. Ma pensai per davvero che sarebbe andato tutto bene...
Scritto da: 5555555555 alle ore 03:26 | link | commenti (11) | categoria: racconti, diario, frammenti, prosa
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"Era la mia integrità che mi importava. È così egoistico? è a buon mercato, però è tutto ciò che ci resta. È l'ultimo centimetro di noi che ci resta... ma in quel centimetro siamo liberi. Morirò qui. Ogni centimetro di me perirà... tranne uno. Un centimetro. È piccolo, è fragile ed è l'unica cosa al mondo che vale la pena d'avere. Non dobbiamo perderlo, o venderlo, o cederlo. Non dobbiamo permettere loro di portarcelo via" (Valerie)

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